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Il voler promettere incautamente di accogliere quanto prima possibile la Repubblica Ucraina nella EU conserva in sé motivazioni che sono principalmente ideologiche e in parte geo-politiche, che pur nella loro nobiltà, non tengono presente la dinamica degli eventi fattuali che rispondono alle logiche del mercato. Nel caso specifico, si ravvisa una certa ingenuità politica o al contrario un deliberato interessamento materiale di carattere economico, a seconda di chi ne eserciti il desiderio.

Quello che accadde in Germania negli anni ’30, sebbene furono differenti i soggetti partecipanti e difforme il contesto storico-economico in cui presiedeva quella vetusta regola del gioco basata sul sistema internazionale aureo – animosamente e animatamente criticata da J.M. Keynes – ci induce a riflettere sull’opportunità di aprire subitaneamente le porte all’ “entrance” UE della Repubblica Ucraina.

I tedeschi, al tempo, furono investiti da una tracollo industriale a seguito della grande depressione americana del ’29, la quale innescò all’interno della Repubblica di Weimar una crisi finanziaria senza precedenti. Il continuo aumento del saldo passivo estero delle partite correnti (inclusa la bilancia commerciale) – era dato da un eccesso di offerta tedesca sul mercato internazionale dei beni (questa aggravata da condizioni capestro punitive), la quale non riusciva a pareggiare in termini di valore le importazioni straniere.

Vigendo il meccanismo del Gold Standard, quel differenziale negativo avrebbe dovuto essere compensato esportando oro tedesco ai paesi creditori. A sua volta il metallo prezioso determinava, per convenzione internazionale, la quantità di immissione del circolante domestico da parte della Banca Centrale. Si arrivò a un punto di rottura in cui la Reichsbank (l’allora Banca Centrale Tedesca), a causa della costante diminuzione delle riserve auree, fu costretta a ridurre la carta moneta circolante che, a sua volta, appesantì ulteriormente la crisi creando un rimarchevole effetto deflattivo, da cui la chiusura di numerose attività produttive industriali, con il conseguente licenziamento di decine di migliaia di lavoratori e il fallimento delle principali banche private nazionali (Danat-bank).

Nonostante le plurime richieste da parte dei succeduti governi democratici tedeschi per un consistente aiuto finanziario internazionale, abbinato alla riduzione dell’eccessivo gravame relativo alle riparazioni di guerra imposte dai vincitori, la risposta fu: picche.

Accadde che una gran parte del proletariato socialdemocratico venne espulsa rapidamente dal mercato del lavoro. Trovandosi in una situazione quasi prossima all’indigenza a causa di un severo taglio dell’indennità di disoccupazione fu catturata dalla propaganda nazionalista dello SNDAP che, con il sostegno dei conservatori prussiani, condusse l’ascesa al cancellierato Adolf Hitler. Hjalmar Schacht, il nuovo Governatore della Reichsbank, adottò provvedimenti non dissimili da quelli di tipo keynesiani, inondando il paese di liquidità che Adolf Hitler principalmente indirizzò all’industria militare con fini di rivendicazione nazionalista.

Ora, non esiste più il meccanismo del Gold Standard, la regola attuale è il “fiat money”, ovvero le BBCC (Banche Centrali), in caso di crisi prolungata possono, oltre che ridurre al minimo il tasso d’interesse ufficiale, se non addirittura posizionarlo in negativo, versare sul mercato illimitata liquidità, sia mediante l’emissione di titoli pubblici sia stampando fresca moneta, sebbene i Treasury Bond Americani godano di un tasso di collocamento più vantaggioso nei confronti delle rispettive istituzioni emittenti dell’universo mondo, denominato come “exorbitant privilege”[1].

Senonché, se si sostituisce la parola “oro” con quella relativa al “costo del lavoro”, le conclusioni negative del processo in base al quale la EU sarà affetta, sempre nel caso in cui si affrettasse imprudentemente la partecipazione dell’Ucraina – e non solo – differirebbe di poco rispetto all’epilogo del precedente esempio. Spiega bene a riguardo Stefano Fassina – tra i pochi macroeconomisti italiani con un curriculum di pregiato rispetto – nella sua rubrica su FB.

No! L’ingresso dell’Ucraina e, a seguire, degli altri 8 Stati candidati (400euro di salario medio mensile e fisco minimale), segnerebbe il consolidamento dell’EU in un ancor più feroce mercato di svalutazione del lavoro e della piccola impresa, di ampliamento delle disuguaglianze, di erosione delle entrate dei bilanci pubblici per il welfare, oltre a inibire qualsivoglia possibilità di maturare spessore politico sul piano internazionale.

Egli sostiene – a ragione – che si moltiplicherebbero e si intensificherebbero le delocalizzazioni, il dumping salariale e fiscale. In effetti, afferma, è sconcertante l’indifferenza con la quale i partiti dell’area progressista e i sindacati farebbero patire ai propri salariati le conseguenze sociali delle ‘grandi’ operazioni geopolitiche. I colpi inferti ai lavoratori e alle classi medie europee dall’allargamento del 2004-2007 “non avrebbero insegnato nulla”. A riguardo, corre l’obbligo di dire che da tempo si evidenzia la preoccupante e crescente reazione popolare nei principali stati europei (Francia e Germania) verso il “neo-brunismo”, si veda, https://ilpontedem.it/2026/01/05/il-neobrunismo-alla-porta-delleuropa/  come monito in vista di una eventuale decisione volta all’allargamento del perimetro fiscale e finanziario della EU.

L’economista romano rispetto a ciò, conferma:

“Eppure, dovrebbe oramai essere chiaro che lo spostamento verso la destra nazionalista di fasce di popolo sempre più ampie viene anche da qui. Qui, l’anti-europeismo ha radici reali, giustificate. Eppure, gli stessi che invocano fideisticamente gli Stati Uniti d’Europa sostengono l’allargamento.”

Quindi, il sostegno alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Ucraina si può fare attraverso una sorta di Piano Marshall finanziato da Bei, Bers,  Banca Mondiale.  Oppure, sul versante EU, (ipotesi Mario Draghi) con una consistente emissione sul mercato di titoli comunitari; una sorta di nuovo corposo PNRR finalizzato a obiettivi che compendino la ricerca e lo sviluppo tecnologico per compensare il gap attuale nei confronti di USA e Cina, nonché tale da rendere più “morbido”, con l’andare del tempo, il processo di adeguamento da parte dei nuovi entranti.

Le conclusioni di Stefano Fassina non lasciano dubbi:

È proprio come afferma nell’anonimato, qui nell’intervista al FT, un diplomatico a Bruxelles: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue “è una trappola messa da Putin e Trump e noi ci stiamo cadendo”.

fg

[1] Our Dollar Your Problem, Kenneth Rogoff, Yale University Press, 2025, USA

Franco Gavio

Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Scienze Politiche ha lavorato a lungo in diverse PA fino a ricoprire l'incarico di Project Manager Europeo. Appassionato di economia e finanza dal 2023 è Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Dal dicembre 2023 Panellist Member del The Economist.

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