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George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, (foto alla vs. sinistra) e Aldous Huxley (foto alla vs. destra) – forse i due più celebrati scrittori britannici del ‘900 – sono accumunati da quello stesso tormento interiore dalle cui opere se ne trae chiara evidenza: ci mettevano in guardia sullo stesso futuro, ma da direzioni opposte.

Uno temeva un mondo governato dal dolore, dalla repressione e dalla disciplina coatta. L’altro temeva un mondo governato dal piacere, dalla ricerca di un estetismo compiacente. E, cosa inquietante, entrambi avevano ragione. La visione del controllo di Orwell si è forgiata attraverso difficoltà fustigate da amare esperienze. Visse tra i poveri, combatté nella guerra civile spagnola e vide da vicino l’autoritarismo: brutale, sfrontato e imposto attraverso la paura.

Osservò la verità trasformarsi in un’arma, riscritta a piacimento da chi deteneva il potere.

Per il socialista libertario Orwell, la tirannia si annunciava a gran voce. Essa indossava stivali, portava armi ed esigeva obbedienza attraverso la sorveglianza, le punizioni e la costante minaccia del dolore.

In “1984”, il potere non ha bisogno di piacere. Ha solo la necessità di essere temuto. Il controllo agisce limitando la verità, schiacciando il dissenso e spezzando l’individuo fino a quando la resistenza sembra impossibile. Tuttavia, in questo quadro dispotico la “ginestra” leopardiana resiste descrivendoci la storia d’amore tra Winston e Julia.

La paura di Huxley proveniva da una fonte molto diversa. Nato in una famiglia borghese, di privilegiati intellettuali e circondato da pensatori, era meno preoccupato dalla violenza palese e più turbato dalla resa silenziosa. Osservava un mondo sempre più ossessionato dal comfort, dall’intrattenimento e dalla comodità. Huxley, intellettuale pacifista con tendenze misticheggianti, non immaginava un futuro in cui le persone fossero costrette alla sottomissione, ma di uno in cui si offrissero volontarie.

Nell’iconico romanzo Brave New World “Il mondo nuovo”, il controllo è sottile. Non ci sono tutori con gli stivali, né prigioni affollate di oppositori. Al contrario, c’è piacere, distrazione, stimoli infiniti. Le persone sono pacificate non perché sono oppresse, ma perché sono soddisfatte. Il potere non ha bisogno di mettere a tacere il dissenso quando nessuno vuole parlare.

È qui che i loro moniti divergono più nettamente.

Orwell credeva che la tirannia prosperasse sul dolore, sulla paura, sulla scarsità e sulla punizione. Huxley riteneva che il piacere fosse l’arma più pericolosa. Quel comfort, se progettato, poteva cancellare il desiderio stesso di resistere. Orwell metteva in guardia da un mondo in cui i libri sarebbero stati banditi. Huxley metteva in guardia da un mondo in cui a nessuno sarebbe piaciuto leggerli.

Le loro vite personali plasmarono queste paure. Orwell, malaticcio e spesso povero, non si fidava mai di un’autorità che esigeva obbedienza. Huxley, isolato ma attento, diffidava di una società che barattava volentieri la comprensione con la comodità.

Si vedeva la libertà rubata.

L’altro la vide dimenticata.

Ciò che rende il loro lavoro così inquietante oggi non è scegliere quale delle due fosse giusta, ma rendersi conto di quanto entrambe le visioni coesistano perfettamente.

Viviamo in un mondo in cui la sorveglianza è normalizzata e la distrazione è costante. Dove la verità è manipolata e l’attenzione verso qualsiasi azione umana è monetizzata in ragione di un profitto. Dove paura e piacere non sono opposti, ma strumenti di controllo complementari.

Orwell ci mette in guardia da cosa succede quando il potere usa il dolore per dominare.

Huxley ci mette in guardia da cosa succede quando il potere rimuove la nostra volontà di prenderci cura.

L’uno urla il pericolo. L’altro sussurra il conforto.

E la domanda più inquietante che ci lasciano non è verso quale tipo di futuro ci stiamo dirigendo, ma con quanta facilità ne abbiamo accettato entrambe le parti.

fg

ps. William Turner – Tempesta di neve

Franco Gavio

Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Scienze Politiche ha lavorato a lungo in diverse PA fino a ricoprire l'incarico di Project Manager Europeo. Appassionato di economia e finanza dal 2023 è Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Dal dicembre 2023 Panellist Member del The Economist.

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