Nel panorama letterario americano di metà secolo, pochi scrittori ebbero un’influenza pari a quella di William Faulkner (sinistra) ed Ernest Hemingway (destra). Entrambi erano venerati a livello internazionale; così come in patria, entrambi vinsero il Premio Nobel e il Premio Pulitzer; entrambi scrissero pregevoli racconti oltre ai loro romanzi; entrambi consumavano alcol in abbondanza.

La critica letteraria convenzionale d’oltre oceano sbrigativamente li pone al cospetto dei propri lettori come due figure caratterialmente antitetiche sia nella forma quanto nella loro personale narrazione del mondo. Nonostante ciò, essi condividevano due comuni eccezioni: la fama universale e l’alcolismo debilitante.

Hemingway viene descritto come il minimalista per eccellenza, spogliando le sue frasi concise di ogni ornamento; Faulkner, per converso, era un maestro della prosa sperimentale, ellittica, del flusso di coscienza. Hemingway, essendo egli stato un corrispondente di guerra, gli  si attribuiva un atteggiamento da veterano roboante e forse un po’ impropriamente, quello di essere un personaggio trascinato da un turbine di machismo spaccone dall’ego smodato; Faulkner era un taciturno ex direttore delle poste che disprezzava e rifuggiva la fama derivante dal successo. Hemingway mandò i suoi “surrogati” caratteriali senza radici e irrequieti in terre lontane; Faulkner creò una contea immaginaria in cui i suoi tormentati abitanti del Sud finissero per lentamente autodistruggersi.

Tuttavia, si può essere d’accordo sulle differenze sintattiche, sullo stile narrativo, sull’ordito romanzesco tra i due scrittori, ma la sommaria descrizione di un Hemingway gradasso e autocentrato ci appare riduttiva e preconcetta. Egli, in alcuni dei suoi capolavori, diede forma alla figura epica dell’eroe tragico. Colui che sfida la morte, sebbene sappia che da lei non ci si può mai sottrarre; i personaggi di Faulkner nella loro caotica sofferenza si abbandonano verso una noiosa lenta dipartita; quelli di Hemingway lottano caparbiamente, pur nelle loro contraddizioni e ambivalenze, vivendo il proprio tempo in prima persona, consapevoli che ogni istante della loro vita può essere fatale. Per lo scrittore di Chicago amore e morte intrecciano i fili di una trama che è destinata con l’usura del tempo inesorabilmente a sfilacciarsi.  Amore e morte, un binomio sublimato dal sangue della corrida, dall’impossibilità fisica di soddisfare l’amata Brett (Fiesta) o, nella verosimiglianza narrativa, come l’inaspettata morte di Catherine (Addio alle armi). Un crudele destino per una coppia miracolosamente scampata dalla carneficina della prima guerra mondiale.

William Faulkner è uno scrittore che traccia i limiti di una americanità provinciale, bigotta, che vive le piccinerie del quotidiano. Sebbene l’autore ne tasti il polso, egli non riesce a descriverne compiutamente le ragioni del suo aritmico pulsare; Hemingway è lontano dalla parrocchiali nequizie giornaliere, egli è un narratore dai temi “universali”, che trascendono lo spirito di contrada.

Ciò che li accomunava, tuttavia, era una sana rivalità, e malgrado non si siano mai incontrati di persona, i due si scambiarono lettere per anni, sia sulla stampa sia in forma privata. Il loro vicendevole motteggio più famoso, quello che è diventato l’emblema del loro rapporto nell’immaginario collettivo, avvenne quando Faulkner osservò che Hemingway “non ha mai usato una parola che possa spingere un lettore a consultare il dizionario”, al che Hemingway rispose: “Povero Faulkner. Pensa davvero che le grandi emozioni derivino da parole altisonanti?“.

Nonostante questo scambio di battute al vetriolo possa far credere il contrario, Faulkner e Hemingway si stimavano reciprocamente, scambiandosi regolarmente elogi (seppur con una certa riserva). Forse l’esempio più significativo risale al 1952, quando Faulkner accettò di scrivere la seguente recensione del “Il vecchio e il mare” per la rivista letteraria della Washington and Lee University, Shenandoah.

Il suo capolavoro. Forse il tempo dimostrerà che è il miglior lavoro in assoluto di ognuno di noi, intendo dire dei suoi e dei miei contemporanei.”

fg

Franco Gavio

Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Scienze Politiche ha lavorato a lungo in diverse PA fino a ricoprire l'incarico di Project Manager Europeo. Appassionato di economia e finanza dal 2023 è Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Dal dicembre 2023 Panellist Member del The Economist.

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