di Roberta Cazzulo
Esiste un filo rosso, drammatico e inequivocabile, che unisce l’impennata della spesa per i servizi sociali nei nostri territori, la piaga degli sfratti per morosità incolpevole, il blocco dell’ascensore sociale e le crescenti tensioni che sfociano in rabbia agli sportelli del welfare pubblico. Questo filo rosso si chiama frammentazione. Per troppo tempo la politica ha trattato le disuguaglianze come una sommatoria di singole emergenze temporanee da rattoppare con sussidi spot, senza comprendere che a essere entrato in crisi è il motore stesso della nostra coesione sociale.
Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso economico insostenibile: l’occupazione cresce, ma la povertà aumenta. Il lavoro dipendente, che per generazioni ha rappresentato la via maestra per l’emancipazione e il riscatto, sembra aver tradito la sua promessa storica. Erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione, contratti intermittenti e il miraggio del “multi-job” – che spesso produce solo più precarietà e meno reddito – hanno generato una fascia di lavoratori stabilmente fragili.
Quando si scivola in fondo alla piramide sociale, il futuro smette di essere uno spazio di possibilità e diventa un binario già tracciato. Chi nasce ai margini è condannato a rimanerci per generazioni, intrappolato in un sistema che riproduce l’esclusione attraverso la povertà educativa e l’impossibilità, per molte famiglie, di investire persino nella scuola o nello sport dei propri figli.
A questa precarietà salariale si somma una gravissima precarietà abitativa. La casa è il nucleo primario della dignità umana, eppure l’assenza di tutele strutturali e il definanziamento dei fondi di sostegno all’affitto stanno lasciando migliaia di famiglie esposte al dramma dello sfratto. Accelerare i tempi di rilascio degli immobili senza offrire alternative economiche e sociali non è una soluzione di legalità, ma un atto di cecità che scarica la disperazione direttamente sulle strade e sui bilanci, già esangui, dei consorzi assistenziali locali.
Il risultato di questa pressione combinata – stipendi troppo bassi, affitti insostenibili e servizi pubblici ridotti a fare da ammortizzatori dell’ultimo minuto – è l’esplosione della rabbia sociale. Quando le risposte istituzionali mancano o arrivano sotto forma di palliativi, la disperazione si trasforma in intolleranza e, talvolta, in violenza. È un segno dei tempi doloroso vedere presidi di sicurezza armata all’ingresso degli enti assistenziali: una misura che nega l’essenza stessa del welfare, nato per accogliere e non per respingere, ma che fotografa plasticamente una società che sta perdendo i propri punti di riferimento.
Le scorciatoie sono finite. Non si contrasta questa crisi strutturale con una logica assistenziale e securitaria che punta solo a “normalizzare” o nascondere i margini. Occorre “smarginare”, ovvero rimettere al centro del modello di sviluppo i diritti costituzionali e la redistribuzione del potere economico e sociale. Per fare questo, sono necessarie azioni strategiche e coraggiose:
- Un nuovo welfare universale e di prossimità: dobbiamo superare la logica dei bandi a termine e dei finanziamenti frammentati.
- Serve una co-progettazione reale tra istituzioni e Terzo Settore che ascolti direttamente le voci e le esperienze di chi abita i territori più difficili.
- Le scuole devono trasformarsi in presidi educativi e culturali costanti per contrastare l’abbandono scolastico e sostenere la conciliazione familiare fin dalla primissima infanzia.
- Dignità del lavoro e salario minimo strutturale: Non basta creare occupazione se questa è povera e frammentata. Servono riforme che contrastino il lavoro povero, favoriscano il rinnovo dei contratti collettivi per recuperare il potere d’acquisto reale e offrano tutele stringenti contro la precarietà cronica, azzerando quel divario generazionale che penalizza i giovani con contratti instabili.
- Un grande piano per la casa e la transizione: L’emergenza abitativa si risolve investendo massicciamente nell’edilizia residenziale pubblica, ripristinando i fondi per la morosità incolpevole e accelerando la transizione ecologica ed energetica. Solo abbattendo i costi strutturali delle bollette e dei canoni d’affitto per le famiglie a basso reddito si può restituire stabilità economica e arrestare l’ondata di sfratti.
Ignorare questi campanelli d’allarme, o pensare di risolvere la crisi sociale con la forza o con la retorica dell’emergenza permanente, significa condannare l’intero Paese a un futuro di conflitti e declino. È tempo che la politica ritrovi la visione a lungo raggio e il coraggio di attuare percorsi alternativi, restituendo ai cittadini la certezza che lo Stato non è un giudice distante, ma il garante dei loro diritti e delle loro aspirazioni.
Roberta Cazzulo
Assessore Personale, Pari opportunità, Politiche Sociali, Lavoro e Formazione Professionale, Tutela Animale, Città di Alessandria.







