Accademia, CIA e Guerra fredda in Who Paid the Pipers of Western Marxism? di Gabriel Rockhill

di Tony Kohler

Il volume di Gabriel Rockhill, Who Paid the Pipers of Western Marxism? (Monthly Review Press, 2025), rappresenta un intervento critico di grande ambizione teorica e politica, volto a rimettere radicalmente in discussione il ruolo del marxismo occidentale nel Novecento e, più in generale, la funzione della teoria critica all’interno delle società capitalistiche avanzate. Il testo si distingue per l’intreccio tra analisi filosofica e ricerca storica, proponendo una rilettura del campo intellettuale occidentale alla luce delle sue condizioni materiali di produzione.

Il presupposto metodologico di fondo è che il sapere non sia mai neutrale, ma vada compreso a partire dalle istituzioni, dai finanziamenti e dai rapporti di potere che ne rendono possibile la produzione e la circolazione. In questa prospettiva, Rockhill interpreta il confronto ideologico tra capitalismo e socialismo nel XX secolo come una vera e propria “guerra intellettuale” globale, nella quale anche la teoria ha svolto un ruolo decisivo. L’analisi proposta si configura dunque come uno studio della funzione delle idee all’interno di quello che l’autore definisce un articolato apparato intellettuale imperiale, anziché come una storia delle idee in senso tradizionale.

Uno dei punti più forti del libro è la documentazione del ruolo svolto dalle istituzioni statunitensi nella produzione di conoscenza sul socialismo. Rockhill osserva che “le principali istituzioni statunitensi per lo studio dell’Unione Sovietica […] furono istituite dalla CIA, con finanziamenti della classe dominante capitalista”.[i] Questo dato, lungi dall’essere presentato come una curiosità marginale, viene interpretato come indicativo di una più ampia strategia di intervento nel campo ideologico, in cui produzione teorica e interessi geopolitici risultano strettamente intrecciati.

All’interno di questo quadro, assume particolare centralità il ruolo degli intellettuali marxisti occidentali non comunisti. Secondo Rockhill, questi ultimi risultavano funzionali alla strategia anticomunista proprio in virtù della loro posizione intermedia: da un lato, la loro competenza teorica permetteva di comprendere e contrastare il marxismo dall’interno; dall’altro, il loro anticomunismo li rendeva affidabili per le istituzioni occidentali. Come egli stesso sottolinea, “la loro competenza nel marxismo poteva essere mobilitata per comprendere e combattere il nemico, mentre il loro anticomunismo contribuiva a garantire la loro fedeltà ultima allo Stato borghese”.[ii] Questa interpretazione conduce a una rivalutazione complessiva del marxismo occidentale, che viene letto non tanto come un’alternativa radicale al capitalismo, quanto come una forma di critica compatibile con esso.

Il libro evidenzia inoltre che tale orientamento nacque dall’intreccio tra dinamiche spontanee e strategie esplicitamente formulate. Documenti istituzionali citati dall’autore indicano infatti la volontà di sviluppare “attacchi contro l’ideologia comunista formulati in termini marxisti” e, al contempo, una “difesa della società occidentale in termini marxisti”.[iii] L’obiettivo era quindi quello di intervenire direttamente sul linguaggio e sulle categorie del marxismo, svuotandone progressivamente la portata rivoluzionaria e rendendolo compatibile con l’ordine esistente.

Rockhill precisa infine che questa analisi non va letta come una forma automatica di colpevolizzazione: “l’argomentazione qui avanzata […] non è una forma riduttiva di colpevolizzazione per associazione […] vi sono stati molti livelli e gradi diversi di collaborazione”.[iv] Tale precisazione consente di mantenere il discorso su un piano analitico rigoroso, distinguendo tra forme diverse di collaborazione, cooptazione o semplice inserimento in un determinato contesto istituzionale.

Il richiamo a Domenico Losurdo si inserisce coerentemente in questa prospettiva critica. Riprendendo una linea interpretativa già sviluppata dal filosofo italiano, Rockhill ne amplia la portata, spostando l’attenzione dalle categorie teoriche alle condizioni materiali della loro produzione. Il marxismo occidentale appare così come il risultato congiunto di una deviazione teorica rispetto alla tradizione rivoluzionaria e di specifiche configurazioni istituzionali e politiche.

Sebbene il libro si concentri principalmente sul Novecento, le sue implicazioni per il presente sono evidenti. La nozione di “apparato intellettuale imperiale” suggerisce infatti una continuità strutturale tra le dinamiche analizzate e le forme contemporanee di produzione e legittimazione del sapere. Pur senza sviluppare un’analisi sistematica della situazione attuale, Rockhill invita implicitamente a interrogarsi sul ruolo odierno della teoria critica e sulla possibilità che forme di dissenso apparentemente radicali risultino, in realtà, compatibili con l’ordine dominante.

In questo senso, il valore del libro per l’anti-imperialismo contemporaneo è significativo. Esso offre strumenti concettuali per comprendere come la critica possa essere integrata e neutralizzata all’interno del sistema che intende contestare, e sollecita una riflessione più attenta sulle condizioni materiali della produzione intellettuale. In un contesto globale segnato da nuove tensioni geopolitiche e da una rinnovata centralità della dimensione ideologica, l’opera di Rockhill contribuisce a rilanciare il problema del rapporto tra teoria e prassi, indicando la necessità di una critica capace di sottrarsi ai meccanismi di cooptazione.

Nel complesso, Who Paid the Pipers of Western Marxism? si impone come un contributo rilevante e stimolante, che unisce rigore documentario e ambizione teorica. La forza della sua tesi, sostenuta da un’ampia base empirica, ne fa un testo destinato a suscitare dibattito e a incidere nel confronto contemporaneo sul ruolo degli intellettuali, sulla funzione della teoria critica e sulle possibilità di un rinnovato orizzonte anti-imperialista.

* Il libro è in vendita sul sito di Monthly Review: https://monthlyreview.org/9781685901363/

[i] “the premier institutions for studying the Soviet Union in the United States … were established by the CIA, with funding from the capitalist ruling class”, Rockhill, Who Paid the Pipers…, p. 180 .

[ii] “their expertise in Marxism could be mobilized to understand and fight the enemy, while their anticommunism helped guarantee their ultimate fealty to the bourgeois state”, Rockhill, Who Paid the Pipers…, p. 275.

[iii] “attacks against Communist ideology developed in Marxist terms” e “defense of Western society in Marxist terms”, Rockhill, Who Paid the Pipers…, p. 371.

[iv] “the argument advanced here… is not a reductive form of guilt by association… There have been many different levels and degrees of collaboration”, Rockhill, Who Paid the Pipers…, p. 170.

Il Ponte