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Disumanizzazione e razionalità utilitaristica nel discorso politico locale

di Tony Kohler

Il caso. In un Consiglio Comunale della provincia italiana si discute un patto di amicizia con una cittadina della Cisgiordania. Niente di vincolante, un gesto simbolico. Un Consigliere di minoranza prende la parola e boccia la proposta. Fin qui, niente di strano: succede, in democrazia. Ma sono le parole che sceglie a fare la differenza. Definisce i Palestinesi “poveretti”, “storpi”, “ridotti male”. Dice che non vuole “andare nei posti dove si soffre”, preferisce “andare dove ci si diverte”. Scherza, ironizza, minimizza. Il video diventa virale. Le opposizioni parlano di “gravità inaccettabile”.

Ma cosa è successo davvero in quell’aula? E perché è importante capirlo, al di là dello sdegno morale manifestato sui media e sui social?

Proviamo a guardare quell’intervento con gli occhi della psicologia sociale. Non per giustificare, ma per capire. Perché certi meccanismi, una volta smascherati, perdono potere.

Trasformare persone in “non persone”

Quando si definiscono i Palestinesi “storpi”, “poveretti” e “ridotti male”, non si sta semplicemente esprimendo un’opinione sprezzante. Questo comportamento linguistico è stato oggetto di approfonditi studi psicosociali e presenta caratteristiche che possono essere associate a un processo di negazione dell’umanità. E la de-umanizzazione, come vedremo, non è un incidente retorico, né un eccesso di irriverenza. È un processo psicologico preciso, dotato di una sua logica, di cause identificabili e di conseguenze prevedibili[1].

La domanda che dobbiamo porci è: cosa accade, nella mente di chi parla e di chi ascolta, nel momento in cui un gruppo umano viene descritto con termini che evocano la malattia, l’infermità, la minorità?

L’analisi psicosociale ci offre almeno tre livelli di risposta.

Il primo livello dell’analisi è il più basilare, e insieme il più profondo, perché affonda le radici nel funzionamento ordinario della mente umana. Gli esseri umani, insegna la psicologia cognitiva, non incontrano il mondo come una superficie liscia e indifferenziata. Lo organizzano attivamente, lo strutturano in unità dotate di senso. Questa operazione si chiama categorizzazione: l’attività mentale che raggruppa oggetti, eventi e persone in classi sulla base di caratteristiche comuni.

Gli esseri umani pensano per categorie: una scorciatoia cognitiva necessaria, senza la quale sarebbe impossibile affrontare la complessità del mondo sociale. Il mondo è troppo complesso, troppo ricco di stimoli perché possiamo affrontarlo caso per caso, nella sua singolarità irriducibile. Incontriamo una persona e immediatamente, inconsapevolmente, la collochiamo in categorie: uomo o donna, giovane o anziano, italiano o straniero, simile o diverso. Queste categorizzazioni sono automatiche, rapide, spesso al di sotto della soglia della consapevolezza. Emergono come il modo in cui la mente dà ordine al flusso caotico dell’esperienza sociale[2].

Questa operazione, normale e universale, diventa però problematica quando le categorie si irrigidiscono e si caricano di valore. Nel discorso del Consigliere, i Palestinesi non vengono semplicemente identificati come un gruppo politico o geografico; vengono essenzializzati. La loro condizione di sofferenza – reale, documentata, frutto di un conflitto complesso, di occupazione militare, di politiche discriminatorie – viene trasformata in un attributo permanente e costitutivo. Sono “ridotti male”: una formula che non descrive una situazione contingente, ma uno stato dell’essere. La categoria si chiude così su se stessa, e chi vi appartiene perde ogni possibilità di essere pensato come soggetto storico e politico, potendo essere solo ciò che la categoria prescrive[3].

L’espressione “ridotti male” è, da questo punto di vista, perfetta nella sua ambiguità. Può essere letta come constatazione empirica: “sono in cattive condizioni”. Ma nel contesto del discorso, carico di disprezzo e derisione, funziona come diagnosi essenziale: “sono fatti male, sono intrinsecamente danneggiati”. La differenza è cruciale. Nella prima lettura, il trauma vissuto è una situazione: può essere cambiata, richiede intervento, suscita solidarietà. Nella seconda lettura, la condizione di vulnerabilità è un destino: non può essere modificata, non richiede intervento (sarebbe inutile), suscita al massimo una sterile commiserazione – quella che il Consigliere esprime con il termine “poveretti” – che è l’esatto opposto della solidarietà, perché conferma la distanza invece di ridurla[4].

L’essenzializzazione è la radice profonda di molti pregiudizi. Se un gruppo è “naturalmente” inferiore, allora la sua inferiorità non è ingiusta: è semplicemente vera. E se è vera, allora la discriminazione non è ingiustizia, ma realismo. La conseguenza più grave di tali pregiudizi è la negazione della storicità. Nel discorso analizzato, i soggetti del discorso finiscono per scomparire come attori politici. Non sono più un popolo con una storia – fatta di resistenza, di lotta, di speranze, di sconfitte, di progetti. Sono un paesaggio di rovine, qualcosa da guardare da lontano, magari con un misto di fastidio e commiserazione, ma certamente non come interlocutori. Le parole del Consigliere non esprimono solo un pregiudizio. Compiono un atto di cancellazione simbolica: tolgono ai Palestinesi la possibilità di essere pensati in quanto soggetti politici, confinandoli in una categoria senza storia e senza futuro[5].

Se la categorizzazione essenzializzante costituisce il primo livello del processo di esclusione simbolica, il secondo livello – più sottile e per certi versi più insidioso – è quello che la psicologia sociale chiama infra-umanizzazione. Questo concetto, sviluppato sistematicamente da Jacques-Philippe Leyens e dai suoi collaboratori a partire dagli anni Duemila, designa un fenomeno specifico: la tendenza ad attribuire ai membri dell’out-group una gamma più ristretta di emozioni rispetto a quelle riconosciute all’in-group, e in particolare a negare loro le emozioni secondarie o complesse che sono considerate distintivamente umane[6].

Ora, quali emozioni vengono evocate dalla descrizione del Consigliere? Gli appartenenti alla comunità palestinese vengono definiti “storpi”, “poveretti”, “ridotti male”. Sono aggettivi che descrivono corpi, non persone. Corpi danneggiati, incompleti, manchevoli. Non c’è traccia, in queste parole, di ciò che costituisce il nucleo più profondo dell’esperienza umana: la capacità di agire intenzionalmente nel mondo (l’agency), la facoltà di compiere scelte consapevoli, la forza di resistere alle avversità, il potere di raccontare la propria storia e di dare significato alla propria esistenza[7]. Nel quadro discorsivo costruito, i Palestinesi vengono rappresentati in modo tale da essere esclusi dalla piena attribuzione di soggettività. Non nel senso che siano stati esplicitamente espulsi dalla specie umana – non si è arrivati alle metafore animalesche della peggiore propaganda razzista – ma nel senso più sottile e forse più insidioso: sono stati espulsi dalla comunità di coloro la cui sofferenza conta.

Nel discorso del Consigliere, l’infra-umanizzazione si realizza attraverso il registro apparentemente compassionevole del termine “poveretti”. È una compassione ambivalente, che sarebbe più corretto chiamare commiserazione o pietà: non riconosce l’altro in termini soggetto, ma lo fissa nella sua oggettualità sofferente. È la compassione che guarda dall’alto in basso, che compatisce senza riconoscere pari dignità, che conferma la distanza invece di ridurla. La filosofa Martha Nussbaum (2005) ha mostrato che la vera compassione richiede la capacità di immaginare la propria vita nella situazione dell’altro, un giudizio di similarità che qui è del tutto assente. Il Consigliere non si chiede come ci si sentirebbe a essere bombardati, a perdere i propri cari, a vivere in condizioni di assedio; constata soltanto che loro sono messi male, e che questo fatto non deve interferire con il nostro diritto al divertimento e alla spensieratezza. La pietà diventa così una forma di separazione più che di avvicinamento, uno strumento di gerarchizzazione implicita tra chi sta bene e può permettersi di scegliere cosa guardare, e chi sta male e può essere oggetto di un compatimento distaccato.

L’aspetto forse più grave di questa operazione è la totale cancellazione della popolazione palestinese come fenomeno politico e umano. I soggetti coinvolti, nel discorso del Consigliere, non lottano, non si organizzano, non oppongono resistenza all’occupazione, non sviluppano resilienza collettiva, non producono cultura, non raccontano storie. Sono semplicemente vittime passive, corpi danneggiati, oggetti di un destino avverso. Riconoscere che resistono significherebbe riconoscere loro quella piena soggettività che l’infra-umanizzazione nega: significherebbe ammettere che non sono soltanto “ridotti male”, ma che stanno combattendo per non essere ridotti male. L’infra-umanizzazione opera così come una depoliticizzazione della sofferenza: trasforma un conflitto politico in una catastrofe umanitaria, e una catastrofe umanitaria in un fatto di natura. E se è un fatto di natura, non chiama in causa responsabilità, non interpella coscienze, non esige scelte. Richiede solo, al massimo, quel compatimento distaccato che è l’esatto contrario del riconoscimento politico.

La negazione delle emozioni secondarie ha conseguenze concrete sul comportamento. Numerosi studi hanno mostrato che quanto più attribuiamo emozioni complesse ai membri dell’out-group, tanto più siamo disposti ad aiutarli in situazioni di bisogno, a riconoscerne i diritti, a sostenere politiche di inclusione. Viceversa, quanto più ne svalutiamo l’interiorità, tanto più restiamo indifferenti. Nel caso trattato, l’infra-umanizzazione fornisce la giustificazione emotiva per l’indifferenza politica che seguirà: se loro non provano emozioni complesse come le nostre, se il loro patimento è più simile a quello di un animale ferito che a quello di un essere umano pensante, allora non c’è nulla di moralmente riprovevole nel voltarsi dall’altra parte. La mossa successiva – il disimpegno morale – è già tutta preparata in questa rappresentazione impoverita dell’altro. La deprivazione della complessità emotiva altrui è il cavallo di Troia attraverso cui l’indifferenza si insinua nella coscienza, presentandosi non come fallimento morale ma come realistica presa d’atto di una gerarchia naturale. I Palestinesi sono ridotti a non persone, e proprio per questo la loro sofferenza può essere tranquillamente ignorata.

Il terzo livello è il più profondo: la sospensione del vincolo morale. Albert Bandura ha dedicato una vita di ricerca a mostrare come le persone possano compiere atti dannosi senza provare angoscia. Il meccanismo centrale è la neutralizzazione della responsabilità, e la negazione dell’umanità ne è la leva più potente. Se la vittima non è pienamente umana, il divieto di nuocere perde la sua presa[8]. Non è necessario odiare; è sufficiente non riconoscere.

Quando si afferma di preferire “andare dove ci si diverte” piuttosto che documentare le atrocità in Palestina, non si sta semplicemente esprimendo una preferenza edonistica. Il discorso può essere letto come coerente con una sequenza di meccanismi di giustificazione morale, nei termini descritti da Bandura, di cui la marginalizzazione simbolica è il presupposto necessario. La sofferenza dell’altro non entra nell’orizzonte morale perché quell’altro non è stato preventivamente costituito come soggetto degno di considerazione. La de-umanizzazione è, in questo senso, una tecnica di neutralizzazione: rende moralmente accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe[9]. In sostanza, permette di agire in modo disumano senza perdere autostima o tranquillità.

Tony Kohler

Approfondimenti Bibliografici

Allport, G. W. (1954). La Natura del Pregiudizio. Firenze: La Nuova Italia, 1973.

Bandura, A. (1997). Autoefficacia: teoria e applicazioni. Trento: Edizioni Erickson, 2000.

Bandura, A. (2015). Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene. Trento: Erickson, 2017.

Bandura, A. “Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities.” Personality and Social Psychology Review, 3(3) (1999): 193-209. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr0303_3.

Bandura, A., B. Underwood & M. Fromson. “Disinhibition of Aggression through Diffusion of Responsibility and Dehumanization of Victims.” Journal of Research in Personality 9, no. 4 (1975): 253–69. https://doi.org/10.1016/0092-6566(75)90001-X.

Haslam, N. “Dehumanization: An Integrative Review.” Personality and Social Psychology Review, 10(3) (2006), 252-264. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr1003_4.

Haslam, N., Rothschild, L. & Ernst, D. “Essentialist Beliefs about Social Categories.” The British journal of social psychology / the British Psychological Society. 39 (Pt 1) (2000). 113-27.

Latané, B., e J.M. Darley. The Unresponsive Bystander: Why Doesn’t He Help? New York: Appleton-Century-Crofts, 1970.

Leyens, J.P., P.M. Paladino, R. Rodriguez-Torres, J. Vaes, S. Demoulin, A. Rodriguez-Perez, & R. Gaunt. “The Emotional Side of Prejudice: The Attribution of Secondary Emotions to In-groups and Out-groups.” Personality and Social Psychology Review 4, no. 2 (2000): 186–197.

Leyens, J.P., S. Demoulin, J. Vaes, P. M. Paladino, & A. Rodriguez‑Perez. “Emotional Prejudice, Essentialism, and Nationalism.” European Journal of Social Psychology 33, no. 6 (2003): 703–717. https://doi.org/10.1002/ejsp.170.

O’Gorman, H.J. “Pluralistic Ignorance and White Estimates of White Support for Racial Segregation.” The Public Opinion Quarterly 39, no. 3 (1975): 313–30. http://www.jstor.org/stable/2748484.

Nussbaum, Martha C. Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge. Roma: Carocci, 2005.

Prentice, D.A., and D.T. Miller. “Pluralistic Ignorance and the Perpetuation of Social Norms by Unwitting Actors.” Advances in Experimental Social Psychology 28 (1996): 161–209. https://doi.org/10.1016/S0065-2601(08)60238-5.

 

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