Forse persino in anticipo sulle aspettative di Agosto, la Fed ha alzato i tassi di 25 punti base.
Dal discorso di Jackson Hole del neo-presidente Warsh considerato moderatamente hawkish, da “falco silente” avevamo detto, era abbastanza chiaro che entro fine anno il sistema avrebbe scontato un aumento dei tassi di interesse americani. Quello forse meno chiaro ad agosto era che tale spinta sarebbe arrivata già a settembre con un probabile nuovo aumento entro dicembre.
Forse a Warsh non è sembrato vero avere tutta una serie di parametri che hanno reso quasi inevitabile l’aumento di 25 punti base, così da poter soddisfare la pressione probabilmente dei grandi fondi di gestione che nel braccio di ferro con Donald Trump hanno fatto segnare un punto a loro favore; da sempre avverso all’aumento dei tassi ed anzi per una forte riduzione di essi, l’eclettico ciuffo arancio biondo non ha rilasciato per il momento intemerate su X, affidando ad una sola nota di disappunto del portavoce della Casa Bianca, bollando come “infelice” la scelta di Warsh, seguito da un post tutto sommato contenuto rispetto ai suoi standard. Gocce di rugiada, insomma, rispetto agli tsunami a cui ci aveva abituato the Donald.
Ma si sa. Quando il pericolo di un alba di debasement inizia a farsi sentire, il guardiano delle Fed fa capire molto bene quali siano i rapporti di forza e soprattutto le priorità. Il popolo americano può aspettare. E persino the Donald non può nulla, ammaccato da un probabile tracollo nelle midterm e da una palude iraniana da cui non sembra uscire al di là di roboanti e improbabili annunci.
E allora tutto torna nella sua cinica semplicità: da America first a Dollar first.







