Non è semplice commentare in modo sintetico un intervento così ampio sul testo della nostra Costituzione, a maggior ragione senza essere “tecnici” con competenze giuridiche strutturate. Ci provo, cercando di mantenermi fuori dalle polemiche e aderente all’evoluzione della storia politica e istituzionale del nostro Paese.
1. Una revisione costituzionale, non una riforma
C’è un errore di impostazione nel dibattito di queste settimane: siamo di fronte a una revisione costituzionale e non a una riforma della giustizia. Non è una questione lessicale, ma di sostanza. Una riforma che prevedesse la separazione delle carriere dei magistrati poteva essere realizzata con legge ordinaria (come già indicato dalla Corte costituzionale, e per quanto già ampiamente regolata dalla Legge Cartabia). E sicuramente alla maggioranza di governo non mancano “i numeri” in Parlamento.
Procedere a una revisione costituzionale ai sensi dell’art. 138 è una scelta esplicita: si vuole intervenire sull’impianto delle relazioni istituzionali e sull’equilibrio tra i poteri della Repubblica. Scelta operata peraltro da una maggioranza di governo la cui leadership si dichiara orgogliosamente erede della tradizione del Movimento Sociale Italiano che non partecipò all’Assemblea Costituente e mai si riconobbe nello spirito antifascista.
Per molti è già una prima e valida ragione per dire NO.
2. L’umiliazione del Parlamento (e della sovranità popolare)
Alcuni potrebbero comunque ritenere la revisione costituzionale un’opzione legittima. Ma il percorso di revisione costituzionale ha solo formalmente rispettato le indicazioni dell’art 138, mortificandone la sostanza.
Si è scelta la strada del disegno di legge di iniziativa governativa spogliando il Parlamento, istituzione che incarna la sovranità popolare, di una delle sue prerogative più rilevanti.
Una prassi che i Presidenti della Repubblica negli ultimi settennati hanno già rilevato nell’eccessivo ricorso alla decretazione di urgenza e al ricorso alla “fiducia”, richiesta a rappresentanti eletti con leggi elettorali che concedono nelle mani di pochi una ampia discrezionalità nella composizione delle liste.
Il rischio (o la certezza?) che ci sia un disegno coerente con questo scenario è confermato dal percorso “netto” della revisione costituzionale: 4 letture senza nessuna sostanziale discussione parlamentare, nessuna modifica affrontata nel merito tra quelle proposte dalle forze di minoranza, con una maggioranza umiliata e ridotta al silenzio. Prova di forza per aprire il percorso che completa il disegno di stravolgimento istituzionale con il cosiddetto premierato.
Un micidiale “combinato disposto” che offre una seconda ragione per dire NO.
3. Divide et impera
Riprendo il ragionamento guardando alla Costituzione vigente e alla sua logica: per la prima volta in Italia nel 1948 si affidò l’applicazione della legge a un ordine giudiziario autonomo e indipendente, con una netta discontinuità rispetto all’assetto monarchico e fascista – ca va sans dire – in cui era pervasiva l’influenza dell’esecutivo sull’attività dei magistrati e sulle loro “carriere”.
Il Consiglio Superiore della Magistratura è un’espressione mirabile dell’equilibrio costituzionale e dell’applicazione della dottrina dei check and balances: presieduto dal Presidente della Repubblica, con una maggioranza di membri togati e una minoranza di membri “laici” di indicazione politica eletti con maggioranze qualificate che esprime il vicepresidente.
Dall’unicità del CSM attuale verso l’ignota prospettiva – vedremo tra poco perché – di due organi di autogoverno a cui viene sottratta la competenza disciplinare, assegnata all’Alta Corte. Fin dall’epoca romana conosciamo il principio del divide et impera, che in questo caso comprometterebbe significativamente la capacità di autogoverno della Magistratura aprendo spazi imprevedibili per la penetrazione di influenze esterne.
E siamo a tre buone ragioni per dire NO.
4. Carta bianca alla maggioranza con i rimandi alle leggi ordinarie
Ci viene proposta una revisione delle garanzie costituzionali – che devono essere permanenti e stabili per ogni cittadino, ivi compreso chi esercita la funzione di magistrato – rimandandone ogni dettaglio alla legge ordinaria, che è invece nella totale disponibilità delle maggioranze politiche pro tempore.
Senza dilungarsi sull’irrazionalità democratica del sorteggio mi soffermo sullo squilibrio nelle modalità di elezione dei membri dei nuovi organismi. La componente togata sarebbe designata con un sorteggio tra la totalità dei magistrati, con criteri rimandati a norme ordinarie. La componente laica invece sarebbe sorteggiata in una lista ristretta determinata da un Parlamento di “nominati” che opererebbe una selezione preventiva. Sulla base di quali criteri? A maggioranza assoluta o qualificata? Ce lo dovrebbe dire una norma ordinaria, e il rischio si capisce facilmente, anche con i Lego.
Passiamo infine all’Alta Corte Disciplinare, dove una maggioranza togata di facciata non può far ignorare l’ultimo comma del nuovo articolo 105. “La legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare”. Ogni aspetto disciplinare sottratto all’attuale CSM viene rimandato alla legislazione ordinaria, a un Parlamento sottoposto a un controllo del Governo sempre più stretto, senza nessuna indicazione sulla composizione numerica dei collegi e di una rappresentanza maggioritaria di membri togati che, in esito a questo ragionamento, sarebbe almeno una minima garanzia dell’autonomia dell’ordine giudiziario.
Davvero si vuole dare carta bianca a un Parlamento già oggi a rischio di irrilevanza, asservito al Governo nell’ottica del premierato, definito con leggi elettorali e liste elettorali che elevano la fedeltà al leader a principale merito degli eletti?
Troppe sono le incognite e i rimandi alla legge ordinaria (che ben spiegano l’invito “diabolico” del ministro Nordio ad altre forze politiche ad approfittare dell’occasione), più che sufficienti per dire NO.
Conclusioni
Andiamo oltre le semplificazioni (arbitri, caffè etc.) che mortificano il dibattito su un tema di assoluta delicatezza.
- Crediamo possibile che un magistrato eserciti con serenità la sua funzione (magari in un ufficio di Tribunale puntellato) in questo scenario, completamente all’oscuro delle regole con cui verrà giudicato il suo operato?
- E’ credibile che un magistrato persegua con imparzialità e decisione grandi gruppi economici o di potere, in procedimenti complessi di cui non sa se (gli illeciti) come (le sanzioni e le forme del procedimento) e da chi (la composizione dei collegi) gli sarà chiesto conto?
Dire NO, nel merito e nel metodo, è una scelta politica di continuità con lo spirito costituente. La giustizia deve essere amministrata in piena autonomia e indipendenza. Lo dobbiamo agli imprenditori onesti che subiscono la concorrenza sleale, la corruzione, l’infiltrazione mafiosa; alle vittime innocenti delle mafie; ai cittadini sfruttati da multimilionari colossi del food delivery; ai morti sul lavoro; ai migranti schiacciati dal caporalato; ai cittadini uccisi dall’amianto. E più semplicemente lo dobbiamo a noi stessi, il popolo italiano.







