di Maurizio Cecconi
Non ho vicinanza con Umberto Bossi. Certo la “pietas” che sopraggiunge dopo la morte è sovrana e giusta.
Per cui è naturale cercare e trovare ciò che salva, che aiuta a comprendere, a giustificare e a pacificare. Ma conoscendo il carattere caustico di Bossi dubito gli farebbe piacere.
Ed allora provo a dire alcune cose che mi sembra lo abbiano contraddistinto in quest’epoca così complicata.
Intanto mi è sempre sembrato un cosciente o incosciente uomo di marketing.
Da sempre nelle osterie si diceva con un bicchiere in più in corpo qualsiasi cavolata razzista, indipendentista o antimeridionale. Ma la Democrazia Cristiana aveva la grande capacità di rappresentare il popolo scremando il linguaggio ed anche i contenuti. Umberto Bossi dà dignità di esistenza a questi contenuti rappresentandoli senza mediazioni. Trova loro uno spazio diretto in politica, dà loro la dignità del Parlamento. Li rende pubblici.
Dopo aver lanciato il sasso, si potrebbe dire, non occorre più nascondere la mano. E siccome lo fa volendolo fare e non per caso rappresenta il “popolo” con tutte le sue forze e le sue debolezze. Anche nell’immagine che è fatta di parole, di gesti e di abbigliamento. In questo “pesca” anche a sinistra cogliendo quella dimensione populista che allignava a volte sotto il tappeto buono di alcuni dirigenti sindacali o di partito.
D’altronde riprende usanze tipiche. Le feste, i comizi, le sezioni, la gerarchia. Bossi è l’altra metà del cielo del rapporto con le classi popolari. Tira fuori ciò che di meno esplicito vive nelle coscienze e gli dà dignità. Lo studio diventa ad esempio da condizione fondante della formazione di un individuo a limite della sua espressione popolare genuina.
Il capo della Lega rovista nelle coscienze del proletariato riuscendo pure a pescare dove pochi si erano mai azzardati: tra i comunisti. Ma ciò non si accompagnava solo a populismo spesso volgare o a sfogo di sentimenti sopiti. Portava per assurdo simpatia da vicinanza. Per cui capisco le parole di Bersani: avversario a cui ho voluto bene. In sostanza era una parte di noi umani che non avremmo voluto vedere e sentire ma che c’è. E soprattutto c’è stata.
Allora si spiega la lontananza da Salvini, da chi conduce un partito di destra che nelle intenzioni di Bossi era tutt’altro. Ma come si capisce mettendoli a confronto non è solo politica. Tra Bossi e Salvini non c’è relazione, non c’è senso, non c’è storia. Perché Umberto Bossi era tutto ma non cinico, si riteneva tutto ma non vicino alla destra fascista (come avrebbe detto lui).
Così l’ho conosciuto, vissuto e guardato negli anni. E al di là dei sentimenti vale lo sguardo su ciò che è stato.
Maurizio Cecconi, veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.







