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di Paola Bassi

Le parole di Alessandro Barbero, lette pubblicamente da Angelo d’Orsi dopo l’annullamento di un incontro a lui dedicato, non pongono una questione marginale né provocatoria. Mettono al centro una domanda essenziale: perché, in assenza di una minaccia reale e immediata, si costruisce un clima di emergenza bellica permanente?

L’Italia non è in guerra. Non è minacciata da invasioni. Nessun esercito straniero è alle porte dell’Europa. Eppure, il linguaggio dominante nella politica e nell’informazione parla sempre più spesso di “inevitabilità” del conflitto, di “guerra già in atto”, di necessità di riarmo, sacrifici, rinunce. Una narrazione che non nasce dall’isteria, ma da una scelta culturale precisa.

La forza che dice di difendere la pace

L’Unione Europea e la NATO non sono oggi soggetti deboli o minacciati.

La NATO rappresenta la più grande potenza militare mai esistita nella storia dell’umanità. Proprio per questo, in molte aree del mondo, non è percepita come un garante neutrale, ma come un fattore di pressione. Questo dato, che non implica alcuna giustificazione di guerre o aggressioni, dovrebbe almeno imporre prudenza, complessità, dibattito. Accade invece il contrario: ogni voce critica viene guardata con sospetto, ogni richiesta di analisi storica viene etichettata come ambigua, ogni appello alla pace come ingenuo o pericoloso.

Atlantismo democratico e paura del dissenso

Il punto più delicato — e più rimosso — è che questa logica non è portata avanti da forze apertamente autoritarie. È sostenuta soprattutto da ambienti che si definiscono democratici, razionali, responsabili, occidentali.

Non si tratta di trumpismo, né di pulsioni populiste. Si tratta di una cultura politica che ha interiorizzato l’idea che la sicurezza venga prima del confronto, e che il dissenso, in tempi difficili, debba essere limitato. È qui che nasce il paradosso denunciato da Barbero: per difendere la democrazia, si accettano pratiche che la contraddicono. Censure preventive, eventi annullati, dibattiti evitati, opinioni silenziate “per il bene comune”. Non con la violenza, ma con la normalizzazione.

Quando la pace diventa sospetta

In questo clima, la pace non è più un obiettivo politico, ma una parola imbarazzante. Chi la pronuncia viene interrogato sulle proprie “ambiguità”. Chi chiede negoziati viene accusato di favorire il nemico. Chi invita a distinguere tra analisi storica e propaganda viene messo a tacere. Ma la democrazia non vive di unanimità, vive di conflitto regolato, di pluralismo, di parola libera. Svuotare questi spazi significa indebolire proprio ciò che si dice di difendere.

Il segnale che non può essere ignorato

Che tutto questo accada in una città come Torino, storicamente democratica, antifascista, intellettuale, non è un dettaglio locale. È un segnale politico e culturale. Quando anche nei luoghi simbolo della democrazia il dibattito viene considerato pericoloso, significa che la soglia di tolleranza del dissenso si è abbassata ovunque.

Conclusione

Manifestare, discutere, ascoltare posizioni scomode non è un favore a qualcuno. È il fondamento stesso della democrazia. La vera forza di un sistema democratico non sta nella potenza militare, ma nella capacità di non avere paura delle parole. Quando questa paura prende il sopravvento, la democrazia non muore di colpo. Si spegne lentamente, nel silenzio.

Paola Bassi

Il Ponte