Nicolo Ferraris, Responsabile Provinciale Forum Lavoro del Partito Democratico
Le proposte del Governo per la legge di bilancio – al momento ancora in attesa dell’esame e di votazione, alla luce degli emendamenti presentati – e le audizioni delle istituzioni ascoltate il mese scorso in Parlamento hanno animato il dibattito politico delle ultime settimane con prese di posizione di maggioranza, opposizione e delle diverse formazioni sociali di cui si compone il tessuto nazionale, sino allo scontro diretto con il sindacato.
Dalle analisi di Banca d’Italia e Istat è emerso che la manovra non affronta e non incide in modo significativo sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie. Gli effetti della riduzione dell’aliquota per il secondo scaglione IRPEF sono modesti, non rendono il sistema fiscale più equo e favoriscono i nuclei più alti, seppur con variazioni poco significative, così come modesti sono anche gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale.
Anche l’esame compiuto dall’Ufficio parlamentare di bilancio ha confermato che siamo di fronte a una manovra economica di portata limitata e che, in quest’edizione 2026, si dedicano attenzione e risorse ai ceti medio alti. In particolare, ha suscitato clamore mediatico la ripartizione del risparmio d’imposta: secondo la ricostruzione dell’UPB, circa il 50% andrebbe ai contribuenti con reddito superiore ai 48.000 euro, costituenti l’8% del totale, e, nell’ambito del lavoro dipendente, il beneficio medio varierebbe dai 408 euro per i dirigenti ai 123 euro per gli impiegati ai 23 euro per gli operai, mentre per i lavoratori autonomi sarebbe pari a 124 euro e per i pensionati a 55 euro. Nel contesto di un intervento riduttivo dell’aliquota riguardante poco più del 30% dei contribuenti.
Una proposta di legge di bilancio, nel suo complesso, conseguente al percorso intrapreso da un Governo ripetutamente in bilico tra l’esigenza austeritaria di garantire la sostenibilità del debito e la necessità di attuare un programma (espresso, al di là della propaganda, in campagna elettorale) destinato a ridurre le tasse con vantaggio delle fasce più alte della società.
D’altra parte, sappiamo che il minor gettito derivante dai tagli fiscali determina minori risorse da destinare ai diversi settori pubblici. Un dato preoccupante, a proposito di un settore carente di investimenti adeguati, l’ha ricordato l’audizione del Presidente dell’Istat: nel 2024 quasi il 10% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi per problemi legati principalmente alle liste d’attesa, oltre che alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie, a fronte di una percentuale del 7,6% delle persone per il 2023.
La risposta del Governo all’opposizione politica e sociale alla manovra, oltre ad aver dedicato giorni a ribadire che l’attuale squilibrata tassazione dei patrimoni non sarà messa in discussione, ha visto poi anche una nuova puntata del suo consueto scontro con il sindacato. Questa volta, la Presidente del Consiglio, in compagnia di altri esponenti dell’esecutivo come Salvini e Tajani, si è concentrata sulla contestazione della mobilitazione nazionale proposta dal segretario generale della CGIL Landini per la giornata del 12 dicembre. Bersaglio degli attacchi, espressi anche nella forma del dileggio nei confronti del sindacato, sono state in particolare due scelte. Il ricorso allo strumento dello sciopero generale – che com’è noto a chi non consideri il diritto, sia esso internazionale o del lavoro, “importante, ma fino a un certo punto” è una delle legittime forme di astensione costituzionalmente tutelate – e la scelta della data del venerdì. Quest’ultima risponde all’esigenza di garantire maggior impatto, efficacia e peso negoziale alla protesta e non certo alle esigenze del “weekend lungo” suggerite da Meloni e Salvini. Oltretutto, come ricordato lucidamente in un post dallo storico Enzo Ciconte, la critica non considera il fatto che chi sciopera perde il salario giornaliero (sarebbe uno strano modo di organizzare una vacanza) e ignora la storia delle relazioni industriali, utilmente ricostruita dalla giornalista Valentina Conte sulla “Repubblica” dell’8 novembre. Negli anni Settanta e Ottanta, negli scioperi del settore metalmeccanico, la scelta del venerdì o del lunedì permetteva di incidere strategicamente sulle giornate di svuotamento e ricostituzione dei magazzini. Oggi, permette di massimizzare la partecipazione, anche quando lo sciopero è accompagnato da una manifestazione nazionale, e di ottimizzarne l’impatto. Dunque, le critiche delle ultime settimane mostrano una classe politica governativa che, sbeffeggiando il sindacato, conferma di non conoscere le condizioni del mondo del lavoro, in cui oggi tante persone sono impegnate anche nelle giornate del sabato e della domenica.
Del resto, anche il disinteresse e la contrarietà con cui la maggioranza, già dall’inizio della legislatura, ha affrontato la proposta di salario minimo avanzata dalle opposizioni ne testimoniano la distanza rispetto ai bisogni e alle condizioni delle persone che lavorano. Oggi il lavoro non paga abbastanza. Il dato emerge, ancora una volta, dal Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia appena pubblicato, nella sua ventinovesima edizione, da Caritas Italiana, con attenzione all’esito delle più recenti ricerche Istat. La povertà assoluta, cresciuta di oltre il 40% nell’ultimo decennio, colpisce anche e in modo particolare, oltre ai minori, le persone che lavorano con salari bassi e contratti instabili. “Il lavoro, che dovrebbe garantire sicurezza economica e dignità, ha ormai cessato (da tempo) di essere fattore di protezione contro l’indigenza” (Rapporto Povertà 2025, Caritas). Di fronte a dati simili, è ancor più fondamentale che la condizione retributiva sia al centro dell’agenda politica, con l’adozione di strumenti, come un salario minimo legale ben fatto, capaci di far crescere in modo virtuoso i redditi da lavoro.
Insieme alla questione salariale sono di grande importanza quelle della sicurezza, della qualità e stabilità occupazionale e della compatibilità tra tempi di lavoro e di vita. Così com’è anche necessario impegnarsi nella promozione e nella pianificazione di uno sviluppo economico capace di portare beneficio ai diversi territori, con attenzione alle province e alle aree interne oggi dimenticate, prive di servizi e di opportunità adeguati. In modo che queste non siano più luoghi da cui fuggire, ma in cui si possa scegliere di vivere facendo crescere sé e il territorio. Perciò, servono scelte politiche lungimiranti accompagnate dalla consapevolezza delle condizioni sociali e lavorative odierne. Non solo per superare l’oscena realtà delle paghe da fame, ma anche per dar spazio a un’occupazione di qualità. Un lavoro che non si limiti a proteggere dalla povertà, garantendo sicurezza economica, ma che consenta di essere liberi e di poter compiere scelte che guardano al futuro.







