Un’analisi critica della transizione bipolare in Italia
di Tony Kohler
Una modernizzazione imposta
La transizione politica italiana verso il bipolarismo, a partire dagli anni ‘90, è stata spesso narrata dalle élite politico-mediatiche come un passaggio obbligato e virtuoso verso la modernità. Questo racconto la dipinge come una medicina necessaria per curare i mali cronici della Prima Repubblica: l’instabilità governativa, il particolarismo dei partiti e la lentezza decisionale. Secondo questa prospettiva, il bipolarismo avrebbe dovuto garantire efficienza, governabilità e una chiara alternanza tra due schieramenti, restituendo finalmente agli elettori il potere di scelta e di indirizzo.
Tuttavia, questa narrazione dominante omette sistematicamente di interrogare il contesto ideologico globale in cui tale transizione è maturata. Essa trascura il ruolo decisivo del neoliberismo, non come semplice dottrina economica, ma come una razionalità politica pervasiva che, a partire dagli anni ‘80, ha progressivamente ridefinito lo spazio del “politico”, subordinandolo all’imperativo del mercato e alla logica della competitività. In questa prospettiva critica, il bipolarismo italiano non rappresenta l’evoluzione naturale o neutrale della democrazia, bensì il dispositivo istituzionale chiave attraverso cui l’egemonia neoliberista ha potuto consolidarsi nel Belpaese. Esso ha agito come un meccanismo di riduzione del pluralismo, di svuotamento della rappresentanza sostanziale e di progressiva restrizione degli spazi legittimi per il conflitto sociale e la deliberazione collettiva. Questo breve saggio si propone di decostruire questa relazione simbiotica, mostrando come la forma bipolare sia stata funzionale all’affermazione di un contenuto politico ed economico ben preciso.
- Il neoliberismo: ordine politico e trasformazione antropologica
Per comprendere appieno l’impatto sul sistema italiano, è essenziale definire il neoliberismo oltre i suoi aspetti puramente economici. Esso è, prima di tutto, un progetto politico e antropologico di portata epocale, che mira a riconfigurare l’intera società come un’estensione del mercato. La sua forza non risiede solo nella deregolamentazione finanziaria o nelle privatizzazioni, ma nella sua capacità di rimodellare i soggetti, le istituzioni e le stesse forme della vita collettiva. Il neoliberismo produce un “uomo imprenditore di se stesso” (homo oeconomicus), che vede in ogni aspetto della vita – dall’istruzione alla salute, alle relazioni sociali – un campo di investimento e di competizione.
Come hanno magistralmente illustrato pensatori come Wendy Brown e, in Italia, il compianto Luciano Gallino, il neoliberismo opera uno svuotamento della democrazia senza abolirla formalmente. Mantiene intatte le procedure elettorali e i rituali della rappresentanza, ma sottrae progressivamente ai cittadini la possibilità reale di incidere sulle scelte strutturali che li riguardano. Queste ultime vengono trasferite in sfere considerate “tecniche” e “neutrali”: le agenzie di rating, le istituzioni tecnocratiche (come la Banca Centrale Europea), i tribunali arbitrali per gli investimenti. La politica, privata della sua dimensione conflittuale e progettuale, si riduce a pura amministrazione e a gestione dell’esistente. La partecipazione si trasforma in un rituale vuoto, mentre il dissenso viene sistematicamente delegittimato come irrazionale, inefficiente o pericoloso per la stabilità.
- La crisi della Prima Repubblica: Lo “shock” istituzionale come opportunità
La fine traumatica della Prima Repubblica – scandita dallo tsunami di Mani Pulite, dalla fine della Guerra Fredda che dissolveva i tradizionali schieramenti ideologici, e dalla dissoluzione dei partiti di massa – ha creato un vuoto istituzionale e simbolico senza precedenti. Questo vuoto ha agito da catalizzatore e da condizione di possibilità per l’egemonia neoliberista. In un clima di disorientamento e sfiducia generalizzata, la retorica della “governabilità” si è imposta come ideologia dominante, presentandosi come l’unica risposta possibile al caos.
Questa retorica ha giustificato la necessità di riforme “semplificatrici” del sistema, un eufemismo che celava l’obiettivo di ridurre i centri di potere negoziale (come il Parlamento, i partiti, i sindacati) e di accelerare i processi decisionali, specialmente in ambito economico. La prima, fondamentale riforma elettorale maggioritaria, il cosiddetto Mattarellum, va letta in questa chiave. Essa non fu un mero aggiustamento tecnico, ma una profonda ristrutturazione dell’ecologia politica italiana. Il suo scopo implicito era di “disciplinare” il conflitto politico, indirizzandolo entro due poli principali e, in tal modo, facilitando l’attuazione di quelle politiche economiche impopolari – dalla moderazione salariale alle liberalizzazioni – che venivano presentate come inevitabili e dettate dai vincoli esterni della globalizzazione.
- Il Bipolarismo come tecnologia di depoliticizzazione
Il bipolarismo all’italiana, nella sua concreta realizzazione, ha finito per funzionare come una sofisticata tecnologia di depoliticizzazione. Con l’ascesa di Silvio Berlusconi come imprenditore-politico che portava in dote la cultura aziendalista e la comunicazione televisiva, e con l’affermazione di un centrosinistra prevalentemente pro-europeo e tecnocratico come garante della “normalizzazione” e del rigore di bilancio, lo spettro politico è stato drasticamente compresso.
Il pluralismo delle idee è stato marginalizzato a favore di un duello tra due coalizioni che, sebbene in competizione sul piano retorico e simbolico, si trovavano spesso costrette dai vincoli europei e dalla pressione dei mercati finanziari a convergere sulle politiche economiche fondamentali. La personalizzazione della leadership e la logica del “voto utile” hanno ulteriormente eroso la possibilità di alternative concrete, spingendo gli elettori verso scelte dettate più dalla paura dell’avversario che dall’adesione a un progetto positivo. In questo quadro, l’ingegneria istituzionale (con le successive riforme elettorali come il Porcellum e l’Italicum) e il “vincolo esterno” europeo hanno prodotto un paradosso letale: un sistema di alternanza senza alternativa. La sovranità popolare, pur continuando a essere formalmente esercitata attraverso il voto, veniva così svuotata dall’interno della sua sostanza deliberativa e trasformativa.
- Antipolitica e populismo: effetti collaterali o prodotti del sistema?
L’ascesa dell’antipolitica e del populismo in Italia non rappresenta una rottura dell’ordine neoliberista, ma piuttosto una sua espressione patologica e, in un certo senso, funzionale. La frustrazione sociale prodotta dalle politiche di austerità, dalla precarizzazione del lavoro e dalla percezione di un divario incolmabile tra cittadini e istituzioni, non ha trovato sfogo in una ripoliticizzazione delle scelte economiche. Al contrario, è stata abilmente canalizzata in forme di protesta populista che, lungi dal mettere in discussione i dogmi fondamentali del mercato, spostano il conflitto sul piano puramente simbolico delle identità, della sicurezza e dell’immigrazione.
La parabola storica del populismo italiano – dal berlusconismo, che coniugava promesse di benessere con un sovranismo leggero, ai sovranismi più duri e identitari di Matteo Salvini e Giorgia Meloni – conferma la straordinaria capacità del neoliberismo di incorporare e neutralizzare il dissenso. Questo populismo, infatti, non attacca le disuguaglianze strutturali generate dal capitalismo finanziario, ma le sfrutta e le dirige contro capri espiatori (l’immigrato, l’UE burocratica, le élite culturali), rendendo la protesta stessa funzionale alla stabilizzazione di un sistema che non intacca i suoi meccanismi fondamentali di redistribuzione della ricchezza verso l’alto.
- Il nazional-conservatorismo: la deriva illiberale come stabilizzazione autoritaria
L’approdo di Giorgia Meloni alla guida del governo rappresenta una nuova fase: il populismo italiano diventa stabile e pienamente istituzionalizzato. Il suo modello combina un rispetto rigoroso, quasi ortodosso, degli imperativi economici neoliberisti (come dimostrato dalla politica di bilancio) con una radicalizzazione senza precedenti dell’agenda identitaria, militarista e nazionalista. Questo intreccio produce una forma di “autoritarismo competitivo”, per usare una categoria politologica, che erode lentamente la sostanza liberale e pluralista della democrazia, pur mantenendone scrupolosamente le forme esteriori.
Le riforme costituzionali in discussione che mirano a rafforzare il premierato, l’uso sistematico e spesso urgente dei decreti-legge per bypassare il dibattito parlamentare, e una retorica permanentemente emergenziale contribuiscono a un netto rafforzamento del potere esecutivo e a un parallelo indebolimento dei contrappesi (Parlamento, Magistratura, Stampa libera). In questo contesto, la polarizzazione identitaria e culturale diventa il mezzo principale per governare il malessere sociale senza dover modificare l’ordine economico che lo genera. Si crea una democrazia illiberale dove il consenso si costruisce sull’appartenenza etno-culturale e sulla difesa dei confini, non sulla giustizia sociale o sulla partecipazione.
- Il fallimento annunciato: perché il bipolarismo non ha mantenuto le promesse
A ben guardare, il bipolarismo italiano non ha garantito nessuno dei benefici che ne avevano giustificato l’introduzione. Non ha prodotto stabilità duratura, come dimostra l’alta turnazione dei governi e le frequenti crisi di coalizione. Non ha semplificato il sistema, anzi, ha moltiplicato il numero dei partiti minori all’interno delle coalizioni, ciascuno dotato di un potente potere di ricatto e di veto. Non ha aumentato l’efficienza decisionale, spesso intrappolando l’esecutivo in trattative estenuanti con partner di maggioranza litigiosi.
Come avevano previsto studiosi della statura di Giovanni Sartori e Arend Lijphart, l’ibrido italiano – un sistema maggioritario nell’elezione con un sostanziale pluralismo parlamentare – ha prodotto gli esiti peggiori di entrambi i mondi. I suoi effetti collaterali più dannosi sono stati:
La formazione di coalizioni eterogenee e intrinsecamente fragili, soggette a continue liti e defezioni.
La moltiplicazione paradossale dei partiti minori, che nella logica delle coalizioni ampliate trovano un potere di ricatto sproporzionato.
Una cronica instabilità di governo, con esecutivi spesso più deboli di quelli della tanto vituperata Prima Repubblica.
Una progressiva riduzione del ruolo del Parlamento, trasformato in una camera di ratifica delle decisioni dell’esecutivo.
Una crescente e pericolosa distanza fra cittadini e istituzioni, alimentata dalla percezione che il voto non cambi nulla nelle politiche concrete.
Nel tentativo di importare un modello maggioritario puro, l’Italia ha ottenuto solo una “democrazia esecutiva” debole e un pluralismo impoverito e clientelare.
- Oltre la gabbia: prospettive per una Democrazia pluralista sostanziale
Per uscire dalla “gabbia d’acciaio” neoliberista e dalla sua traduzione istituzionale bipolare, non basta una nuova riforma elettorale. Occorre un progetto politico-culturale ambizioso che miri a ricostruire il pluralismo e a ripoliticizzare le scelte pubbliche, restituendo alla collettività la sovranità sulle decisioni che ne riguardano il futuro. Le direttrici principali di una democrazia post-bipolare e post-neoliberista dovrebbero includere:
Un ritorno a un sistema di rappresentanza proporzionale puro e corretto, senza liste bloccate e premi di maggioranza, che sappia coniugare la rappresentanza della complessità sociale con meccanismi di stabilità governativa.
Il deciso rafforzamento dei corpi intermedi della società – sindacati, associazioni, movimenti, organizzazioni della società civile – come essenziali canali di partecipazione e di controllo dal basso.
L’istituzionalizzazione di forme stabili di partecipazione sociale, come consultazioni pubbliche obbligatorie su temi cruciali, bilanci partecipativi a tutti i livelli di governo, e diritti di proposta popolare con effetto vincolante.
Il riconoscimento del conflitto sociale come una risorsa vitale e sana per la democrazia, e non come una mera disfunzione da reprimere o neutralizzare.
La valorizzazione di un modello di democrazia consensuale e deliberativa, in cui il processo decisionale non sia ridotto a una mera ratifica delle scelte calate dall’alto dall’esecutivo, ma sia il frutto di un dibattito inclusivo e ragionato tra tutte le componenti sociali.
Ricostruire lo spazio democratico e trasformare la razionalità politica
La crisi profonda che attraversa la democrazia italiana non deriva, come spesso si sente dire, da un eccesso di pluralismo o di conflitto. Al contrario, essa è il prodotto della loro compressione sistematica. Il bipolarismo, nella sua versione italiana, ha funzionato come un potente dispositivo di depoliticizzazione, costruendo l’illusione della scelta laddove non esisteva alcuna alternativa sostanziale sul piano economico-sociale.
Ripensare la democrazia post-neoliberale significa subordinare l’economia alla politica per riaffermare il primato del bene comune sull’interesse privato. Non basta ampliare la partecipazione formale: è necessario trasformare la razionalità politica, riconoscendo il conflitto come elemento costitutivo della società. Il neoliberismo, promuovendo l’individualismo competitivo, ha dissolto il legame collettivo e l’idea di alternative. Una democrazia autentica richiede invece la ricomposizione sociale come spazio deliberativo, dove le differenze siano valorizzate.
Il conflitto di interessi e valori, lungi dal minare la coesione, ne rappresenta la condizione di autenticità. Come osserva Weber, la politica ridotta a strumentalità perde la sua funzione emancipatrice; una società democratica vive di dissenso e decisioni rivedibili. L’assenza di conflitto genera depoliticizzazione, non pace. Gli insegnamenti di Lijphart e le critiche di Sartori orientano verso un modello che valorizzi pluralismo e deliberazione, riaffermando la centralità della discussione nella vita pubblica e rendendo la democrazia sostanziale, non solo formale.
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LA GABBIA D’ACCIAIO DEL BIPOLARISMO
LO SVUOTAMENTO DELLA DEMOCRAZIA NELL’ITALIA NEOLIBERISTA
Tony Kohler
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