Leggo con interesse le varie dispute che emergono sulle cause attinenti il costante allontanamento delle cittadinanze nei confronti dei modelli di democrazia rappresentativa. La desertificazione del voto è la manifestazione più evidente da parte di chi gode di diritti politici – rispetto ai quali i nostri predecessori hanno versato sangue per acquisirli – a non contribuire come parte in causa alle scelte della propria comunità. Che cosa sta accadendo a quel nostro modello di governo occidentale che istituzionalizza il compimento di una secolare lotta del diritto popolare di rappresentanza, indipendentemente dal sesso, razza e religione di chi lo esercita?
Come mai si constata una così bassa affluenza elettorale in qualsiasi landa in cui esso vige come regola aurea ?
Maurizio Cecconi, nel precedente post titolato “L’urlo del non voto”, https://ilpontedem.it/2025/12/02/lurlo-del-non-voto/ ne dà una lettura in parte socio-politica, per altro condivisibile, ma che tuttavia non scava fino in fondo al fine d’investigare quelle carsiche motivazioni entro cui sono catturati coloro che decidono d’astenersi: il risentimento nei confronti dei privilegiati; l’inazione e la mancata tutela da parte di alcune forze politiche nei confronti dei propri ceti di riferimento; il progressivo crescere del pensiero “unico”.
Comprensibile, ma chiediamoci il perché sono presenti nel nostro consorzio sociale queste condizioni che manifestano nella loro interezza il quasi totale disinteresse civico di coloro che ne sono beneficiati?
Senonché, Maurizio compie uno sforzo intellettivo pregnante quando “esce” dalla solita zona grigia dell’autoreferenzialità: “..il secondo mondo si sente distante perché è finita una fase della vita politica e associativa che contraddistingueva il Novecento. Quella del confronto costruttivo e della fiducia nell’altro da te.” Detto in altri termini, egli avvalora la sociologia marxiana, nel senso che è la struttura economica che determina la sovrastruttura politica e non viceversa. Quella “fiducia nell’altro da te” nasceva nel proletariato del tardo XIX° secolo e nella prima parte del XX° all’interno della “caserma” industriale, generata dalla consapevolezza che la classe operaia sottoposta all’alienazione e alla dura fatica del lavoro manuale acquisì la coscienza di essere sfruttata, ossia produttrice di plus-lavoro, alias plusvalore, non ridistribuito collettivamente e tesaurizzato dai capitalisti.
L’idea che unitariamente si condividesse la lotta per conseguire un ideale entro cui si realizzasse una eguaglianza, non solo formale, ma anche sostanziale fu il collante sociale del tempo e contemporaneamente l’impalcatura che sostenne il vincolo associativo generazionale. In quella brutale realtà in cui “l’idea” s’inverava come un “mito”, nella speranza che esso si concretasse in un ipotetico futuro salvifico, muoveva le gambe e attivava le menti della popolazione minuta, ossia di tutti coloro che ne pagavano le amare conseguenze di classe.
Tralasciando la semantica marxiana vi sono innumerevoli esempi nella storia dei popoli attraverso cui l’idea, nel bene e nel male, ha modificato i rapporti di forze all’interno di un determinato quadro politico-sociale apparentemente inamovibile. Per rimanere a casa nostra, senza avventurarci in latitudini inconoscibili, verrebbe d’uopo sottolineare il contributo ideale che diede all’Unità d’Italia Giuseppe Mazzini con il suo repubblicanesimo nazionale, che romanticamente respinse il razionalismo illuminista sostituendolo con una visione etico-religiosa pseudo-divina, il cui nesso si rivelava attraverso il continuo e indefinito progresso dell’umanità, concretandosi nella creazione della nazione. L’idea mistica della sacralità dell’ethos italico repubblicano – sebbene poi non istituzionalizzata nei fatti – fu, pur con i suoi limiti di eguaglianza sociale, il verbo comune che indusse la gioventù intellettuale borghese, “democratica”, del tempo a sacrificarsi e a morire in battaglia.
“Quando la politica si personalizza e diviene faccia, volto, immagine come con i Sindaci o i Presidenti di Regione chiamati non a caso Governatori. Tutto diventa simbolo. Ti riconosci nel volto, lo fai tu ma lo fa soprattutto la comunicazione.” Vero, recita Cecconi, poiché le “facce” sostituiscono la carenza d’idee di fondo, una sorta di “trasformazione bonapartista” della matrice politica da cui spunta di tanto in tanto il più scaltro della ciurmaglia. Il paradosso sta nel fatto che il pensiero di Marx con il suo socialismo scientifico, additato dai critici come bieco materialismo, nonché di vacuo determinismo, fu da proscenio a quel turbamento ideale che qualche anno dopo “sconvolse il palco del mondo”.
Quando Cecconi afferma che “…occorre il progetto di società, di futuro” auspica una speranza. Così come l’Alighieri si augurava che scendesse l’Imperatore per sanare le dispute italiche e ricacciasse il pontificato dalla sua esuberanza temporale all’umile rispetto delle virtù teologali, allo stesso modo oggi, come allora nel lamento dantesco, il problema va ricercato nella evidenza reale delle cose. In verità assai compromesse.
Da tempo non esiste nessun archetipo che sottende nella nostra società occidentale una aspettazione fiduciosa tale da far credere che associandoci si miri a un cambiamento finalizzato a un progresso civile. In altre parole, se siamo stati complici, chi più chi meno, nell’aver accettato, a far corso dalla fine degli anni ’70, una “struttura” economica estrattiva; un insegnamento che privilegia una libertà negativa a discapito di quella positiva; una logica secondo cui il competere tra gli individui è assunta come una dottrina teologica; una tendenza a far prevalere i diktat dell’esecutivo sulle assemblee nei regimi parlamentari; non possiamo aspettarci che una certa sovrastruttura (modelli di relazione solidali e partecipativi, o forme di governo democratiche rappresentative) trovi una entusiastica accoglienza nell’ordito popolare.
Il tema in questione non può limitarsi a uno studio sistematico entro il perimetro socio-politico o statistico sociale (i citati vari “mondi” dall’autore), poiché è necessaria una riflessione assai più profonda: quella ontologica. Da tempo noi occidentali, nella nostra presunta superiorità morale, abbiamo smesso di chiederci che cosa c’è in quel “mondo?” E di che materiale è fatto quel “mondo”? E che cosa noi rappresentiamo come esseri nel “mondo”? Quell’indagine che cerca di capire la struttura e il fondamento dell’esistenza stessa. Forse, se iniziassimo questo percorso verrebbe meno l’arroganza di ritenere che i nostri modelli istituzionali e di prassi politica siano tutt’altro che perfetti e tanto meno universali.
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