Alta marea.
Nel periodo che va dal 2007 al 2026 ii valori dei normali conti correnti hanno perso per via del cosiddetto debasement, ossia in sintesi un po’ grossolana la svalutazione della moneta, un 4-5% annuo di valore reale. Nello stesso periodo, nel 2007 le dieci figure più ricche in Italia detenevano complessivamente circa 40 miliardi €, nel 2026 il totale sempre delle dieci figure più ricche è salito oltre i 280 miliardi €. Questo aumento enorme della ricchezza finanziaria è dovuto ad un reale merito o contributo nell’economia reale? la risposta è inequivocabilmente no, o meglio sicuramente non nella misura enorme che viene sopra descritta.
Come si spiega un tale aumento spropositato di divaricazione tra i valori patrimoniali del ceto medio e quello delle élite? Vediamolo con un altro esempio, se vogliamo persino di più ampio respiro; un dollaro investito nell’indice S&P ad inizio anni ‘70 oggi vale diverse centinaia di volte tanto. Un dollaro di salario reale nello stesso periodo oggi vale forse un dollaro e mezzo, sicuramente neanche il doppio comunque, a voler essere ottimisti.
Questi semplici esempi schematici, corroborati ovviamente da molti altri parametri, fanno ben intuire che la grande immissione di moneta degli ultimi decenni, specialmente negli ultimi 20 anni, è confluita per la stragrande maggioranza a gonfiare in maniera esagerata gli asset finanziari soprattutto di una élite capace di cogliere meglio le “opportunità” del credito a basso interesse e soprattutto dei vari strumenti finanziari. Le ragioni sono molteplici, ma possono essere ben rappresentate dal cosiddetto “effetto Cantillon”.
Questo fenomeno ha avuto una forte accelerazione soprattutto negli ultimi 15-20 anni. Uscirne diviene anno dopo anno sempre più complesso. Quando si menziona una tassazione maggiormente progressiva soprattutto per colpire i grandi patrimoni finanziari, si levano subito gli scudi. In realtà la vera questione che viene elusa, o forse della quale non tutti hanno (o vogliono far emergere) consapevolezza è che “ricchezza finanziaria” non equivale a “disponibilità monetaria”. Una forte tassazione progressiva rischierebbe di indurre recessione non perché questa limiterebbe la capacità della libera impresa ma perché renderebbe palese gli effetti distorti delle iper-finanziarizzazione. Ma d’altro canto anche l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali, verso i quali il sistema si sta orientando, comporta gli stessi effetti di raffreddamento e abbattimento della crescita. Dunque così come si accetta la seconda, andrebbe fortemente iniziare a fare i conti con la prima, ossia un forte aumento di pressione fiscale sui grandi patrimoni finanziari. Come effetto di equo e giusto riequilibrio dell’ubriacatura descritta sopra che dal 2007 al 2026 ha visto quasi decuplicare il potere finanziario di una ristretta élite, in maniera totalmente sproporzionata rispetto ad un effettivo merito e impatto sull’economia reale.
Non ci sarà un altro Volcker quasi certamente, perché gli USA non potrebbero permettersi più uno shock come quello del 1979. Ma la necessità di raffreddare il baraccone truccato esiste e l’industria finanziaria di Wall Street non può sempre scaricare i suoi momenti di crisi verso il ceto medio specialmente degli Stati europei.
E i sintomi di una nuova forte turbolenza ci sono tutti.







