di DANIELE BORIOLI
Le pagine locali de “La Stampa”, dello scorso venerdì 20 febbraio, hanno dedicato un considerevole spazio allo sviluppo delle attività logistiche sul territorio alessandrino: oltre un miliardo di valore generato da 128 aziende. Questo, restituito da una ricerca dell’”Osservatorio Contract Logistics” del Politecnico di Milano, è il quadro di un business, che si sta sviluppando, letteralmente, a “vista d’occhio” e a “macchia di leopardo”, stanti la distribuzione territoriale e le vaste dimensioni delle aree coinvolte, nonché l’imponente profilo dei capannoni, che spuntano rapidamente e prepotentemente, visibili da strade e autostrade, differenti tra loro per poco più del colore.
Per chi, come l’autore di queste righe, ormai circa trent’anni fa, insieme all’allora Presidente della Provincia, Fabrizio Palenzona, aveva scommesso sulla “vocazione logistica” dell’Alessandrino, ci sarebbe semplicemente da prendere atto con soddisfazione. Avevamo visto giusto: e quanto sta accadendo lo conferma.
In realtà, le cose non stanno proprio così. O meglio: non stanno solo così. Alessandrino, Tortonese, Novese, Casalese, solo per citare alcuni degli ambiti citati nell’articolo, espongono l’incombere dei capannoni logistici come tratto forte del paesaggio rurale di pianura, insidiati solo, per invasività e visibilità, dalle distese degli impianti fotovoltaici. Che a differenza dei capannoni della logistica riescono ad arrampicarsi anche sui rilievi collinari.
Tutto sbagliato, dunque? Certo che no. Ma nemmeno stiamo suonando la “marcia trionfale”. Andando alla seconda pagina dedicata al tema da “La Stampa” della scorsa settimana, è possibile ascoltare qualche accenno di controcanto. Lo suonano, con accenti e su temi diversi, i rappresentanti di CGIL, CISL e UIL.
La sicurezza del e sul lavoro, che deriva da diversi convergenti fattori: presenza di materiali nocivi, gravosità di talune lavorazioni, dispersione territoriale degli impianti a fronte dell’inadeguatezza delle infrastrutture, trasparenza nella catena di appalti e subappalti. Sono solo alcuni degli elementi critici evidenziati dai rappresentanti dei lavoratori. Allo snodo dei quali ci sono: la qualificazione dei lavoratori, la loro formazione, il contrasto al lavoro nero. E, insieme, uno sguardo molto attento al territorio, alla fragilità estrema delle infrastrutture, al basso valore aggiunto delle prestazioni, che inevitabilmente incidono sulla stabilità e sulla remunerazione del lavoro.
Accanto a queste brevi e sommarie notazioni critiche, giustamente evidenziate da chi rappresenta il lavoro, non è possibile mettere in ombra due macro fattori strutturali, che da un po’ di anni appaiono tanto proclamati sul piano teorico e politico quanto abbondantemente negletti su quello dello sviluppo concreto.
Il primo riguarda il “consumo di suolo”. Una sorta di mantra per ogni amministratore che abbia indossato negli ultimi anni la casacca di governo della cosa pubblica, tanto facile da declamare quanto difficile da mettere in atto. Le aree dedicate alla logistica, elencate sommariamente da “La Stampa” (e ancora se ne potrebbero aggiungere altre) sono pressoché tutte sorte ex novo: andando a occupare terreni in gran parte del tutto liberi da insediamenti pre-esistenti. Molti dei quali, pur avendo smesso da tempo di funzionare, restano sul terreno, tra campi e prati, abbandonati a un incipiente degrado.
Il combinato disposto dei seguenti tra fattori: nuovi capannoni (che si spera abbiano almeno lunga vita); degrado dei capannoni abbandonati; proliferare parossistico di pannelli fotovoltaici; assegnano alla porzione di pianura della nostra Provincia una configurazione paesaggistica in progressivo e rapido deterioramento.
Il secondo riguarda uno dei punti “cardine” che animò, a partire dalla seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso, l’idea di “Alessandria Provincia logistica del Nord-Ovest”. Quello di fondare lo sviluppo di questo strategico fattore produttivo e di competitività del sistema ligure-alessandrino sul cosiddetto “riequilibrio (o “riporto”) modale”, da gomma a ferro. In modo che l’auspicato sviluppo dei traffici intercettasse l’obiettivo di decongestionare, quanto più possibile, la rete stradale e autostradale dal traffico pesante, incidendo così, in modo positivo, sul contenimento delle emissioni, sulla sicurezza dei traffici, sul minor degrado della rete infrastrutturale stradale.
Per queste e per diverse altre ragioni avevamo posto allora il perno del compasso sulle aree ferroviarie di scalo, o abbandonate o molto sottoutilizzate, come gli scali di Arquata Scrivia e Novi Ligure, e soprattutto lo scalo merci di “Alessandria Smistamento”. Nel corso di questi decenni, alcune occasioni di restituire a queste grandi aree abbandonate funzione e destino si sono perse per strada. In alcuni casi per ragioni politiche, in altri per miopia degli stessi gruppi imprenditoriali dominanti, non meno spesso per ragioni collegate alla congiuntura dei traffici.
Ora, negli ultimi mesi (per la verità, a seguire il calendario di convegni e annunci, negli ultimi anni), qualcosa sembra essersi riacceso: una progettualità dotata di qualche spessore e credibilità, alcuni stanziamenti, certamente utili ad attivare il processo. Speriamo e vedremo.







