Partita a scacchi o risiko che sia, in questi mesi, in realtà un paio di anni, si stanno definendo una serie di fusioni, acquisizioni, equilibrio nel sistema bancario che lasceranno il segno per i decenni a venire.
Sicuramente ci sarà modo di entrare più nel dettaglio e nei numeri degli sviluppi prossimamente, ma per necessità di sintesi ci sono giusto un paio di punti su cui intervenire a livello di considerazioni generali. Considerazioni, potrebbero dirsi contraddizioni, che riguardano i commenti politici di questi giorni sia dagli esponenti del cosiddetto sovranismo nazionale sia da una parte del mondo liberale/liberista.
Per la visione sovranista nazionalista. Pensare che si possa risolvere la vicenda Mps, Banco BPM, Intesa, Generali, Mediobanca con un obiettivo di creazione di un “campioncino” nazionale credo che sia un errore che non coglie la fase di evoluzione di cui necessita il sistema bancario. La dimensione per reggere la pervasività dei grandi fondi di gestione del risparmio per poter sviluppare una capacità di mantenimento del risparmio italiano ed europeo necessita di dimensioni per diverse, ormai di livello sovranazionale. Il sistema bancario italiano non credo si consolidi affidandosi a qualche cordata guidata da qualche erede di discutibile capacità a fare da testa di ariete solo perché vicino al Governo.
Per la visione liberale/liberista. Alcuni esponenti tendono ad enfatizzare il ruolo del mercato e della concorrenza, insistendo sul limitare il ruolo della politica in questi processi. Anche qui mi sembra che molti di questi commenti non abbiano appreso proprio uno dei passaggi principali del rapporto Draghi, che poggia uno dei punti chiave proprio su quanto abbiamo richiamato poco sopra, ossia la necessità di economia di scala di livello europeo, le quali necessariamente necessitano di gruppi bancari di dimensione conseguente tale da competere con i colossi statunitensi di gestione del credito e del risparmio, pena il continuare a veder trasmigrare il risparmio europeo verso il mercato di Wall Street. In questa fase del capitalismo finanziario il problema del dimensionamento deve avere priorità su altre considerazioni se davvero si vuole tentare di costruire un nucleo di maggiore integrazione ed autonomia strategica su diversi livelli dell’UE, tra cui fondamentale quello bancario. Richiamare ora le problematiche legate al “too big to fail” rischia di porre un freno proprio alla costruzione di grandi gruppi nel “vecchio continente”.
Si ha consapevolezza, ovviamente, che un certo intreccio esista e sia inevitabile (e forse anche necessario); basti pensare a Black Rock presente con quote in tutti i maggiori gruppi bancari qui richiamati tra il 5% e il 7%. Ma un conto è la presenza e l’influenza, altro conto è la subalternità. Subalternità che rischiamo con eventuali ragionamenti troppo da campioncino nazionale oppure con un eccesso di richiamo ai principi della concorrenza. Stante queste considerazioni generali, mi pare di poter dire che l’operazione Unicredit-Commerzbank. portata avanti in questi mesi sia un esempio transnazionale di strada ardita e molto intelligente del risiko in atto, di altissimo profilo seppur non priva di rischi.







