L’effetto Trumpdown sui mercati.
Le urne americane si sono chiuse martedì notte e nei giorni successivi è sempre esercizio saggio e utile osservare le reazioni delle Borse.
I primi segnali sono netti. I metalli preziosi hanno avuto un rimbalzo significativo dopo alcune settimane di forte pressione negativa dovuta all’aumento dei tassi. L’oro è tornato sopra i 4.000 dollari l’oncia e l’argento ha visto un +6% in 48 ore. Il petrolio ha perso oltre l’8% in una seduta, forse fiutando un nuovo Congresso più propenso a spingere per chiudere la guerra con l’Iran. Wall Street ha chiuso in rialzo. L’indice del dollaro invece è arrivato a perdere lo 0,6% in poche ore, scivolando ai minimi da cinque settimane. Per trarre conclusioni bisognerà però aspettare i prossimi giorni. L’oro veniva da un ottobre pesante e il petrolio da mesi di prezzi gonfiati dalla guerra. Al di là di rimbalzi momentanei, oro, petrolio e dollaro seguono tendenze nel medio periodo dovute ad altri fattori.
Due segnali, invece, meritano attenzione già adesso.
Il primo arriva dalla difesa. Rheinmetall, il simbolo del riarmo europeo, è arrivata a perdere il 17% in una mattina e ha bruciato quasi la metà del suo valore dall’inizio dell’anno. Certo, pesano il taglio delle stime e grandi commesse che slittano al 2027. Ma tutto il settore è in rosso, da Leonardo a BAE. Negli Stati Uniti colossi come Lockheed e Northrop hanno perso fino al 6%: il mercato non crede più che il Congresso approverà il bilancio militare da 1.500 miliardi voluto da Trump. Forse la batosta e il segnale netto del voto popolare ha aperto gli occhi per scoprire che un’economia costruita sulla guerra non regge. Auspicio che speriamo sia ben compreso a tutti i livelli.
Il secondo arriva dall’intelligenza artificiale, ed è forse il più interessante. Il terreno franava già prima del voto. Intel ha perso quasi il 30% in una sola seduta dopo una trimestrale deludente, anche se il suo business legato all’AI cresceva del 78%. CoreWeave, uno dei nuovi giganti del cloud per l’AI, ha lasciato sul terreno più della metà del suo valore da maggio. Nello stesso periodo il suo debito è più che triplicato, oltre i 50 miliardi di dollari, e i flussi di cassa restano pesantemente negativi. Dopo le midterm la caduta è proseguita. CoreWeave ha perso un altro 10% e i fornitori di energia per i data center, come Vistra e GE Vernova, tra l’11 e il 15%. Giovedì la Borsa coreana è arrivata a cedere il 6%, trascinata dai produttori di chip.
Il timore è politico. Un Congresso democratico significa audizioni, controlli e più attenzione all’antitrust. Già nel secondo trimestre le opposizioni locali avevano bloccato o rallentato decine di progetti, per quasi 70 miliardi di dollari. Ora i Democratici hanno vinto anche in Texas e Georgia, dove si concentra circa un terzo degli investimenti. Non a caso mercoledì Amazon e Microsoft, che l’AI la finanziano con i propri utili, sono salite del 6%. A tremare è l’infrastruttura costruita a debito, non la tecnologia in sé.
Resta un’ultima riflessione. La storia dice che lo stallo non dispiace ai mercati. Dal 1980, nell’anno successivo alle elezioni che hanno prodotto un governo diviso, l’S&P 500 ha guadagnato in media il 15%. Quando un solo partito controllava Casa Bianca e Congresso, l’11,5%. Ma se la politica si blocca, qualcuno le decisioni le prende lo stesso. I quattro colossi BlackRock, Vanguard, Fidelity e State street gestiscono oggi la cifra record di oltre 40 trilioni di dollari. Blackrock, ad esempio, con i suoi partner ha appena comprato per 40 miliardi una rete di 51 data center, e punta a investire fino a 100 miliardi nell’infrastruttura dell’AI. È lecito pensare che, con una politica più debole, i grandi fondi del risparmio peseranno ancora di più. E qui sta la sfida per chi fa politica a sinistra: non lasciare che a decidere dove andranno l’energia, il lavoro e la tecnologia dei prossimi anni sia solo chi amministra i capitali.







