Ok, il salario è giusto.
Peccato che nessuno dica quanto.
«Salario giusto». Così il governo ha battezzato le norme sulle retribuzioni del decreto Primo Maggio. Giusto quanto? Non è dato sapere.
Il decreto, il 62 del 2026, stabilisce che nessun contratto collettivo possa pagare meno del contratto “leader” del settore, quello firmato dai sindacati più rappresentativi. Sia chiaro: contro i contratti pirata è un passo utile, e va riconosciuto. Ma una soglia sotto la quale nessuno può essere pagato, in quel testo, non c’è. Il salario è giusto per definizione. Il prezzo lo decide qualcun altro.
Intanto in Europa, su 27 Paesi, 22 hanno un salario minimo legale. Mancano Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia. E l’Italia. Con una piccola differenza: gli altri quattro hanno salari tra i più alti del continente. Noi no. Qualche numero, giusto per documentarsi.
Secondo Eurostat, a gennaio 2026 il salario minimo vale 2.343 euro al mese in Germania, 1.823 in Francia e 1.381 in Spagna. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, i salari reali italiani sono inferiori dell’8,7% rispetto al 2008. Nello stesso periodo in Francia sono cresciuti di circa il 5%, in Germania di circa il 15%. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2026 i salari reali in Italia erano ancora più bassi del 6,1% rispetto a cinque anni prima: il risultato peggiore tra le grandi economie. E per quest’anno si prevede un altro calo. Secondo l’Istat, i dipendenti pagati meno di 8,9 euro l’ora sono saliti dal 9,8% del 2018 al 10,7% del 2022. Soprattutto donne e under 30. Già nel 2023 lo stesso Istat, in audizione in Parlamento, stimava circa 3 milioni di rapporti di lavoro sotto i 9 euro lordi l’ora.
Sono numeri che non nascono da un sondaggio. Escono dalle buste paga. Due obiezioni, però, tornano sempre.
La prima: “il salario minimo indebolisce i contratti”. In Germania esiste dal 2015, e la contrattazione non è sparita. Il minimo legale è un pavimento, non un soffitto: sotto non si scende, sopra si tratta. Chi ha un buon contratto non perde niente. Chi non ce l’ha, finalmente, ha qualcosa.
La seconda: “Un tetto minimo salariale rischia di incentivare la disoccupazione”. Al contrario, analisi ormai ampiamente confermate hanno dimostrato che una soglia minima al salario non aumenta la disoccupazione, ma anzi aumenta la produttività e favorisce sul mercato proprio quelle aziende più efficienti ed innovative, con standard superiori.
Nella stesura del programma l’Alleanza per la costituzione di centrosinistra lavora a una proposta comune: la soglia discussa è 10 euro l’ora. Venerdì, nei cortei di mezza Italia, lo slogan era semplice: «alzare i salari». Nessuno ci ha visto un’utopia. Del resto è scritto all’articolo 36 della Costituzione: la retribuzione deve essere «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
Insomma, il governo ci dice che il salario è giusto. Ma senza una soglia il salario giusto rischia di essere deciso da chi ha i rapporti di forza a proprio favore.
Un tetto minimo aiuta anche i salari medi e medio-alti a crescere. E in una fase di crescita dell’inflazione prevalentemente per aumento dei costi energetici più che per fattori endogeni aumentare i salari è necessario.
In questa fase pare un principio etico, prima ancora che economico.







