Gli occhi della finanza globale erano puntati su Kevin Warsh al suo primo intervento come presidente della FED al meeting annuale di Jackson Hole.
Da sempre considerato l’appuntamento al quale il guardiano del dollaro manda i segnali al mondo sul comportamento della Banca Centrale americana. Falco vestito da colomba o colomba vestito da falco, sarà il tempo a dirlo. Quello che è sembrato uscire dal suo discorso sono due fattori interessanti.
Il primo, più generale e sistemico, Warsh ha auspicato un metodo dove il mercato finanziario non si aspetti più indirizzi preventivi della FED per poter determinare la sua evoluzione. Auspicio consapevolmente illusorio e velleitario, ma che sembra trasmettere il profilo estremamente basso, forse esageratamente basso, che il “giovane” Warsh vuole rappresentare e forse davvero essere.
Il secondo, più specifico. Pur mantenendo forte incertezza a riguardo, dal discorso del presidente FED molti hanno tratto l’inversione di tendenza che potrebbe avvenire sul comportamento sui tassi nei prossimi mesi, forse non ora o ottobre, ma se vi fosse un consolidamento economico, magari da Dicembre, un rialzo dei tassi potrebbe essere nuovamente possibile.
Ovviamente il comportamento di Warsh dovrà mantenere l’equilibrio sempre più complesso tra le volontà esasperate del Presidente Trump, il quale vorrebbe liberare ancor più le forze selvagge del mercato finanziario e pompare una (improbabile per usare un eufemismo) reindustrializzazione US con una riduzione dei tassi, tentando una svalutazione del dollaro senza farne perdere la centralità globale; mentre Larry Fink e i guardiani dei grandi fondi di gestione del risparmio spingerebbero più probabilmente per un aumento dei tassi. La partita in gioco come sappiamo è la tenuta della moneta americana.
Un punto di sintesi di Trump sembra essere stato quello di tentare di preservare lo status del dollaro sia pompando una politica estera decisamente più aggressiva, per aumentare la presa sulle materie prime e altri snodi strategici, senza dover ricorrere ad un aumento dei tassi. Larry Fink & c. sembrano aver dato temporaneo credito a queste mosse, ma il tutto dipenderà da alcuni fattori alle porte: le elezioni mid-term, la contesa con l’Iran e lo stretto di Hormuz, le mosse della Cina e “del resto del mondo”.
Un punto a lui favorevole Trump sembra averlo messo a segno con l’accordo con il Venezuela, nella quale la democrazia può aspettare, ma le tonnellate di petrolio per le major americane no. Nel suo pieno stile “meglio scaricare i problemi dell’America sugli altri anziché sopportare ulteriormente il peso del privilegio esorbitante”. Ciò potrebbe dargli un po’ di ossigeno, ma sul resto sarei pronto a scommettere che nella contesa di medio periodo saranno i signori dei fondi di risparmio ad avere la meglio.







