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Il prossimo referendum è l’ennesima distorsione dello strumento di democrazia diretta voluto dai padri costituenti. Se la democrazia diretta ha una logica su materie di immediata percezione popolare (monarchia o repubblica, aborto si o no, divorzio si o no, caccia si o no) non lo ha per questioni squisitamente tecniche, quali la funzione del CNEL o l’assetto della Magistratura, che sono, e debbono restare, argomenti tecnici di spettanza del parlamento, salvo trasformarsi, come gli ultimi due referendum, in campi di confronto politico dove le scelte per l’una o per l’altra parte trascendono il merito delle alternative sottoposte al giudizio popolare.

Quello dell’assetto della Magistratura è,  e doveva, restare un tema di confronto all’interno del parlamento.

Detto questo va anche detto, per conseguenza, che i motivi generalmente addotti per il si e per il no non hanno nulla di aderente alle conseguenze che avrà la scelta referendaria, qualunque essa sia.

Il si risolverà i problemi di lentezza della giustizia? Assolutamente no.

La lentezza della giustizia dipende dalle carenze di organico della Magistratura (peraltro volute dalla Magistratura stessa, che preferisce servirsi di un buon quarto i magistrati onorari, che sono avvocati che non sono riusciti nella professione, o laureati in legge che non hanno superato il concorso in magistratura che da meri coadiuvanti sono diventati oggi Giudici a pieno esercizio, che gran parte dei cittadini si ritrovano a decidere delle loro vite e delle loro sorti, pur avendo diritto ad essere giudicati da veri Giudici) e  dipende soprattutto dal fatto che non vi sono sanzioni per i Giudici (non tutti) che non rispettano i tempi loro imposti dal legislatore per la decisione delle cause, per la chiusura delle istruttorie, merce l’interpretazione spesso strumentale delle leggi, fatta per “autoassolvere” ritardi e lentezze.

Tutto questo resterà.

Con il si avremo una giustizia quale per tutti, come si legge nei manifesti di Forza Italia? Assolutamente no.

La giustizia è oggi più di ieri non uguale per tutti, laddove il legislatore (ahi Bersani) ha pensato di liberalizzare le tariffe (prima imposte e uguali per tutti) degli avvocati, così che il ricco può permettersi di pagare lussuose parcelle ai migliori avvocati e il povero deve accontentarsi dell’avvocato d’ufficio, mentre le lobby di banche e assicurazioni stipulano con avvocati con poco lavoro contratti con tariffe da fame fidando sul fatto che le decisioni di indirizzo provengono dagli uffici legali interni

Con il si avremo l’assoggettamento dei PM al potere esecutivo? Questo è il tema portante dei fautori del no. Ma non è assolutamente così.

Perché un ufficio del Pubblico Ministero, con un suo organo di autogoverno, con magistrati eletti in seguito a pubblico concorso deciso da altri magistrati, possa essere sottoposto al potere esecutivo non è facile da comprendere né da spiegare, e in effetti non è spiegabile né spiegato.

Al contrario: quando la Procura di Roma era “porto delle nebbie ”, che insabbiava i processi contro i politici, non c’era la separazione delle carriere. Quando il Giudice Carnevale annullava tutte le sentenze contro i mafiosi non c’era la separazione delle carriere.

Il potere dell’esecutivo sulle Procure dipende in qualunque situazione dalla disponibilità delle Procure ad assoggettarvisi.

E allora quale sarà la differenza? 

Per comprenderla occorre risalire alle origini della comunione delle carriere. La stessa nasce nel 1941, occhio alle date, con il codice del fascista Grandi, uno dei quadriumviri della marcia su Roma (che poi fu redattore del famoso ordine del giorno che quello stesso fascismo fece cadere due anni dopo). La motivazione era proprio quella: il PM che è un Giudice, collega di quello che deve decidere, garantisce al potere esecutivo una maggiore influenza su tutta la Magistratura Giudicante, ma soprattutto una maggiore garanzia di supremazia dell’accusa sulla difesa (l’accusa è rappresentata da un Giudice, uno che rappresenta la Giustizia, mentre la Difesa da un uomo che Giudice non è, e che quindi ha meno autorevolezza di fronte a colui che deciderà.

E ’il cardine del processo inquisitorio, quello in vigore dal 1941 fino al 1988, laddove l’accusa raccoglie le prove senza che la difesa possa farlo, le presenta al Giudice Istruttore che rinvia a giudizio, dove quelle stesse prove, raccolte senza la partecipazione della difesa, sono immediatamente utilizzabili dal Giudice. Questo perché il presupposto è quello per cui il PM rappresenta comunque la Giustizia con la maiuscola, e quindi le prove che raccoglie si presumono raccolte con indipendenza e da Giudice. Ciascuno comprende come il sistema sia molto più adatto ai sistemi autoritari che a quelli democratici (e non a caso le carriere uniche appartengono ai regimi autoritari, o a quelli dell’est europeo, dall’Ungheria alla Polonia, ove il garantismo e Beccaria non sono proprio la prima opzione).

Nel 1988 il processo penale cambia radicalmente e diventa accusatorio, sul modello anglosassone, dove non a caso le carriere sono separate. L’autore del codice accusatorio è Vassalli, un giurista socialista, partigiano, non esattamente un fautore del controllo dell’esecutivo sulla Magistratura.

Il PM e la difesa sono sullo stesso piano, entrambi raccolgono autonomamente le prove e poi si presentano al Giudice che quelle prove non conosce, e non può conoscere, se non allorché le esibiscono, alla pari, nel processo.

Il PM non è più un Giudice, ma una parte, che sostiene l’accusa nell’interesse pubblico, contro la difesa.

Cambia anche l’aspetto formale:  il PM, durante il processo inquisitorio, stava in un banco vicino al Giudice, sopra la difesa, oggi sta su un banco a fianco della difesa, a dimostrazione che il PM non è più sopra l’ imputato e la difesa, ma è una parte al loro pari, in una gara a dimostrare la verità.

Ecco quindi che risponde al tipo di processo attuale la separazione delle carriere, laddove sta a significare che al processo le parti sono davvero sullo stesso piano come vuole il codice Vassalli (che non a caso voleva la separazione delle carriere come completamento naturale del suo codice), ciò che non accade laddove una delle due parti è un Collega del Giudice.

Chi vorrebbe una partita in cui l’arbitro, anche i migliore del mondo, è collega del proprietario di una delle due squadre?

Non cambia nulla quindi di tutto quel che si pensa cambi, soltanto la separazione delle carriere è la naturale conseguenza del codice Vassalli dal 1988 in vigore, codice Vassalli redatto da un socialista, non da un conservatore.

Allora si pone un interrogativo: se il processo accusatorio è un processo più garantista, tipico degli stati liberal democratici , e la separazione delle carriere ne è la conseguenza naturale, e il processo inquisitorio è invece tipico degli stati autoritari, perché la sinistra si mobilita contro una riforma garantista e libertaria che va verso l’aumento delle garanzie dell’imputato? E’ un interrogativo che non ha risposta: se infatti il No è spiegabile nei cinque stelle, che nascono giustizialisti e del giustizialismo fanno il loro cavallo di battaglia (e non a caso il loro mentore è Travaglio e il loro idolo Gratteri) il resto della sinistra democratica ha una storia libertaria e garantista, storia che è troppo importante per lasciarla alla destra, che del garantismo fa uso spesso strumentale (in primo piano quando occorre difendere un dei loro, in sordina quando a fare i conti con la giustizia è un uomo qualunque, meglio se un disperato come la vittima di Rogoredo).

A questa sinistra manca un Pannella, che oggi sarebbe per il si, per riportarla al suo reale posizionamento nel sistema, che è quello di difendere le garanzie di tutti gli indagati e gli imputati, e soprattutto di essere coerenti con altre scelte: è la stessa sinistra che giustamente si batte per un sistema carcerario più umano, che si batte per i diritti civili in tutti i settori, quella che spende  tutte le sue forze per un No a una riforma che è naturale conseguenza di un codice garantista, fatto da un socialista, comune a tutti i sistemi occidentali evoluti e più squisitamente democratici. E non a caso una parte non piccola della sinistra si dichiara per il SI (ed è un grave errore definirli “compagni che sbagliano”, come lo era quando questa definizione la si affibbiava ai brigatisti, allorché l’errore stava nel definirli “compagni” mentre oggi l’errore sta nell’atrio dire loro un errore).

Resta un’annotazione sul sorteggio dei membri del CSM, che è l’organo di autogoverno dei Giudici, quello cioè che giudica i Magistrati nelle loro condotte quando non  conformi all’alto ruolo che ricoprono. Orbene, se pensiamo che i processi per i reati più gravi sono decisi da sei Giudici su otto che sono estratti a sorte non fra altri Giudici, ma fra persone del popolo che nulla sanno di giustizia, il sistema del sorteggio, che avviene fra tutti i Giudici, di coloro che sono deputati a verificare e sanzionare le condotte dei colleghi tutto appare fuorché irragionevole. In realtà una ragione c’è: oggi i Giudici sono organizzati in correnti, e le correnti presentano ognuna le sue liste di candidati fra coloro che debbono essere eletti.

E’ umano che i rappresentanti della corrente “più forte” tendano a non essere sereni allorché debbono giudicare colleghi della stessa corrente, che li hanno eletti. Di qui i tanti, troppi, casi di Magistrati puniti con un buffetto per condotte obiettivamente gravi. L’uomo della strada non elegge il Giudice che lo giudicherà, perché non risponde al nostro senso di equità e giustizia. Lo stesso deve valere per i Giudici, che debbono essere giudicati da altri Giudici, a garanzia della loro autonomia, ma non da Giudici da loro scelti.

Ecco perché questa riforma, giusta, non porterà, e confermata, gli effetti che vantano i fautori del No, ma neppure i pericoli che paventano i fautori del Si, e perché il Si è di sinistra, e il No di destra. E il paradosso è che in questo travagliato e confuso momento politico, né Destra né Sinistra, salvo alcuni, non pochi, esponenti di sinistra, se ne accorgono.

Avv. Massimo Grattarola 

 

Il Ponte