Parte Prima: Governare Nell’Eccezione
Tony Kohler ago 03, 2025
Introduzione
Il modello politico statunitense è stato a lungo presentato come l’archetipo della democrazia liberale moderna, fondato sulla separazione dei poteri, sullo stato di diritto e sulla tutela delle libertà individuali. Tuttavia, tale immagine normativa maschera una realtà in cui lo Stato liberale ha storicamente incorporato forme di violenza amministrativa, razzializzazione giuridica e gestione repressiva della mobilità umana.
Questo studio muove dall’assunto che le pratiche violente e repressive non costituiscano mere deviazioni dal liberalismo, ma siano parte integrante del suo funzionamento.[1] Prendendo a riferimento il sistema liberal-capitalista degli Stati Uniti, l’analisi adotta una prospettiva critica che interpreta le derive autoritarie non come anomalie temporanee, bensì come esiti coerenti e interni alla logica del sistema stesso. In tale quadro, le crisi – siano esse reali o costruite – agiscono come meccanismi che ridefiniscono costantemente i confini della cittadinanza, del dissenso e degli stessi diritti fondamentali.
Tale deriva non rappresenta un fenomeno monolitico, bensì un processo multifattoriale e stratificato, che si manifesta attraverso specifici meccanismi istituzionali e politiche concrete. In primo luogo, l’uso sistematico dei poteri emergenziali, spesso prorogati oltre il necessario e accompagnati da normative poco trasparenti, ha creato uno spazio di discrezionalità inedito per l’esecutivo, consentendo interventi straordinari (chiusure, sorveglianza, restrizioni di spostamento) con limitata supervisione parlamentare o giurisdizionale. Parallelamente, si assiste a una crescente militarizzazione delle forze di polizia e a forme di repressione interna che colpiscono in modo sproporzionato le comunità (non bianche) afroamericane, asiatiche e latine, confermando la persistenza di un razzismo istituzionale profondamente radicato.
La questione migratoria si inserisce in questo quadro come terreno di sperimentazione di politiche radicali: dalla costruzione di barriere e centri di detenzione alla collaborazione con governi esterni per il respingimento dei richiedenti asilo, fino alle campagne di deportazione di massa il cui impatto economico e sociale si riverbera sulle stesse aree di partenza e sulle comunità di destinazione. Infine, l’abuso degli strumenti di denaturalizzazione e revoca della cittadinanza, sovente motivato con argomentazioni di sicurezza nazionale o illegalità amministrativa, segnala una rottura con la concezione di cittadinanza come diritto inalienabile.
Poste queste premesse, la prima parte dello studio si prefigge i seguenti obiettivi:
- Indagare come il ricorso a stati di emergenza, spesso reiterati o costruiti ad arte, abbia ampliato il potere esecutivo a scapito delle prerogative legislative e giudiziarie. Analizzare l’uso di direttive segrete, interpretazioni riservate della legge e strumenti di “diritto occulto” che, sottraendosi al controllo democratico, consolidano una governance autoritaria fondata sull’eccezione permanente.
- Esplorare le forme sistemiche di repressione interna attraverso cui le istituzioni statunitensi – forze dell’ordine, apparati giudiziari, agenzie federali – perpetuano diseguaglianze razziali e discriminazioni strutturali. Dall’uso sproporzionato della forza contro manifestanti afroamericani e pro-Palestina alla profilazione etnica e alla sorveglianza mirata, si delinea una forma di controllo sociale basata sulla gerarchizzazione razziale della cittadinanza.
- Valutare, adottando un quadro analitico fondato sul concetto di “border imperialism”,[2]l’evoluzione delle politiche anti-migratorie portate avanti dalle ultime amministrazioni USA – dal Muslim Ban alla separazione familiare, dai campi di detenzione alla militarizzazione dei confini – in quanto espressione di un paradigma securitario che disumanizza l’altro, criminalizza la mobilità e rafforza la sovranità escludente dello Stato-nazione.
- Studiare i recenti tentativi di trasformare la cittadinanza da diritto in condizione precaria, revocabile sulla base di accuse amministrative o di informazioni raccolte attraverso canali opachi. Tali pratiche di denaturalizzazione e revoca della cittadinanza minano il principio di eguaglianza giuridica tra cittadini e introducono una gerarchia latente della cittadinanza, fondata sulla genealogia, sull’origine etnica o sul sospetto politico.
- Analizzare l’impatto delle politiche di criminalizzazione ed espulsione dei migranti finalizzate a controllare manodopera precaria e riprodurre gerarchie razziali. Si cercherà di stimare, in particolare, gli effetti di queste violenze istituzionali su comunità, lavoratori e famiglie transnazionali, oltre alle ricadute sulla coesione sociale.
Il concetto di “border imperialism” – qui centrale per decostruire le politiche migratorie repressive – riprende l’analisi di Harsha Walia in Undoing Border Imperialism (2013), dove i confini sono svelati non come neutrali strumenti di sicurezza, ma come dispositivi di violenza strutturale che riproducono colonialismo, sfruttamento capitalista e gerarchie razziali. Con l’espressione “imperialismo del confine” l’autrice intende l’insieme dei “processi attraverso i quali le violenze e le precarietà dello sfollamento e della migrazione sono strutturalmente create e mantenute.”[3] In quest’ottica, i confini nazionali operano non tanto come barriere protettive, ma come strutture che disciplinano, escludono, privano e uccidono, continuando le logiche coloniali con altri mezzi.
Questa prospettiva non solo smaschera il mito della “crisi migratoria” mostrandola come una costruzione politica funzionale al controllo, ma rivela anche le resistenze dal basso: dalle reti transnazionali di solidarietà alle lotte per l’abolizione dei centri di detenzione. L’analisi qui condotta si inserisce dunque in un quadro critico che lega la violenza delle frontiere all’eredità coloniale e alla logica del capitale, mentre riconosce nelle pratiche di mutual aid e nelle rivendicazioni per la libertà di movimento un’alternativa radicale all’ordine presente.
Nella seconda parte dello studio saranno presi inconsiderazione ulteriori elementi della deriva autoritaria in atto:
- Erosione della libertà accademica e repressione intellettuale
- Influenza delle élite economiche e corporative
- Sorveglianza di massa e tecnologie di controllo
- Militarizzazione della polizia e giustizia penale
- Politiche ambientali e crisi climatica
Questi spunti aggiuntivi possono contribuire a rendere più completa e articolata la ricostruzione di come il “liberalismo” statunitense si stia trasformando in un modello di governance che, sotto la maschera della sicurezza e dell’efficienza, installa meccanismi di potere sempre meno soggetti a limiti e trasparenza.
[1] Isakjee, Arshad, Thom Davies, Jelena Obradović-Wochnik, e Karolína Augustová. “Liberal Violence and the Racial Borders of the European Union.” Antipode 52, no. 6 (2020): 1751–1773.
[2] Walia, Harsha. Undoing Border Imperialism. Oakland: AK Press, 2013.
[3] Ibid. pag. 12
Per coloro che volessero approfondire i temi in questione mediante un loro accurato studio si consiglia la lettura del sito https://tonykohler.substack.com/p/la-deriva-autoritaria-del-liberalismo







