Cinquant’anni e più di storia industriale tra lavoro, profitto, capitale e ambiente
di Mariano G. Santaniello
Solo il mese scorso l’Italia ha ricordato i cinquant’anni da un evento drammatico che l’aveva colpito: Seveso, la contaminazione da diossina e il disastro ambientale, sociale e sanitario che ne conseguì.
Quell’evento traumatizzò l’intera società italiana in allora ancora profondamente e saldamente ancorata ad un’idea di sviluppo incentrato su industria e un modello di capitalismo senza limiti e proiettato verso la crescita progressiva e senza fine. “La fine dei fini” così probabilmente la descriverebbe, filosoficamente, Massimo Cacciari raccontando lo “spirito del tempo”.
Era il luglio del 1976, l’attenzione nazionale era rivolta verso i giochi Olimpici di Montreal, si era nel bel mezzo del fecondo conflitto sociale tra capitale e masse lavoratrici, capace di produrre straordinari momenti di innovazione nelle relazioni sindacali e riforme sociali che evito di ricordare, ma che da quel decennio, non è più stata capace di riprodursi.
Il 10 luglio la rottura di un reattore causò una nube di diossina che si propagò dallo stabilimento Icmesa di Meda investendo i Comuni e gli abitati di Seveso, Cesano Maderno, Desio e la Brianza a pochi km. dal centro di Milano, investendo la popolazione, contaminando gravemente campi, allevamenti e case, costringendo all’evacuazione forzata migliaia di persone di uno dei territori più densamente abitati dell’intero Paese.
Da principio l’azienda e le Autorità minimizzarono l’accaduto, ma dopo pochi giorni ciò non fu più possibile: gli effetti nefasti della fuoriuscita del gas tossico iniziarono a manifestarsi su ogni essere vivente (umano, animale o vegetale) contaminato con forti e differenti reazioni all’esposizione.
Quel evento traumatico colpì profondamente l’Italia intera per svariate ragioni: gli effetti gravemente patologici sugli esseri umani, l’autorizzazione all’aborto terapeutico per le gestanti (in un paese che ancora non era dotato di una legge a riguardo), la strage di capi negli allevamenti colpiti, la morte vegetale delle piante, la contaminazione dei terreni che divenivano anch’essi motivo di contaminazione. Le immagini del personale tecnico e dei giovani dell’esercito che coercitivamente allontanavano migliaia di persone dalle aree contaminate suddivise in fasce con differenti livelli di pericolosità, tutti bardati con tute, maschere e altri dispositivi di protezione, trasmettevano una visione sconvolgente, a tratti distopica, di una situazione che aveva colpito un pezzo di Paese non così differente da altri e di cui l’Italia era disseminata, soprattutto nelle aree in cui erano presenti importanti realtà industriali e produttive. Una condizione che avrebbe potuto colpire chiunque.
Ma allora le risposte della società attraverso i propri corpi intermedi, come si usava dire in allora, reagì con forza e radicalità; una forza e una radicalità figlie di quella stagione. Il mondo scientifico e quello sindacale si mobilitarono in uno straordinario sforzo collaborativo di rielaborazione culturale e politica che pose il tema della salute e quello del lavoro come non contrapposti o alternativi. Personaggi ad oggi dimenticati, ma straordinariamente centrali in quella battaglia di civiltà come Luigi Mara, Giulio Maccacaro o Cesare Maltoni contribuirono sostanzialmente nella costruzione di una vertenza sociale dove la produzione industriale non doveva necessariamente prevalere sulla salute delle persone – operai e non – o sulla contaminazione dell’ambiente con gravi e duraturi danni in capo al pubblico per mero profitto privato e che tutto questo non poteva essere messo in contrapposizione al lavoro inteso come componente produttiva del capitale. Insomma una pagina che forse sarebbe bene provare a rileggere…
Esito di quella straordinaria lotta fu la messa in stato di accusa della proprietà dell’azienda responsabile del disastro ambientale (la svizzera Givaudan- La Roche) e le sentenze passate in giudicato che la condannarono a risarcire con centinaia di miliardi di lire a copertura delle spese di bonifica e per le compensazioni per i cittadini colpiti. In allora un risultato straordinario, di quelli per i quali Hollywood, ciclicamente, costruisce film che sfondano al box office…Ma gli strascichi legali si sono però protratti ben oltre, con colpi di scena preoccupanti come nel caso del ricorso dell’azienda in Cassazione. Si sa i “padroni delle ferriere” stentano ad arrendersi e sono provvisti di stuoli di avvocati…
Ma se questo fu l’esito dal punto di vista giudiziario di un evento drammatico, differente fu il risultato dal punto di vista legislativo e giuridico. La gravità di quella vicenda e le sue ricadute ambientali, sociali e territoriali condusse infatti ad un aspetto positivo: la Comunità europea di allora, nel 1982, adottò la direttiva 82/501/CEE nota appunto come “direttiva Seveso” che istituì regole comuni per la gestione di attività industriali pericolose. Attraverso quella disposizione comunitaria su tutto il territorio europeo si decretò l’obbligo, da parte delle industrie produttrici, di individuare i rischi connessi all’attività e le sostanze pericolose utilizzate, di redigere piani d’emergenza e comunicarli agli enti locali per reagire prontamente ad eventuali incidenti, il controllo dell’urbanizzazione attorno ai siti a rischio, l’informazione degli abitanti delle zone limitrofe, l’esistenza di un’Autorità preposta all’ispezione dei siti a rischio. Ovvero la possibilità di conoscere in tempo i rischi che eventuali attività produttive possono riversare verso un territorio e le popolazioni che lo abitano.
Qualche anno dopo a Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, un’analoga fuga di gas (isocianato di metile) dall’impianto chimico dello stabilimento della Union Carbide causò in una sola notte circa 2000 vittime e al termine dell’emergenza i morti accertati furono circa 4000. Una strage, lontana dagli occhi, in terre esotiche, dove, si sa, la rapacità delle multinazionali, il rispetto delle regole e delle precauzioni è meno attento di fronte alla massimizzazione del profitto e dove sovente si utilizzano quei luoghi per produzioni ad alta pericolosità che nessuno più vuole, senza garanzie o protezioni, utilizzando di norma impianti e strutture industriali obsolete e rilocalizzate.
Il tema della contrapposizione produzione industriale/inquinamento ambientale/salute pubblica qui in Italia non è che abbia trovato una soluzione virtuosa con gli esiti sopraesposti di quella drammatica stagione, anzi.
Solo per restare in territori a noi prossimi segnalo l’annoso inquinamento della Valle Bormida prodotto dall’Acna di Cengio, la tragedia sociale e umana dell’Eternit di Casale Monferrato e della Fibronit di Broni, l’inquinamento delle falde acquifere e la contaminazione intorno all’abitato di Spinetta Marengo con l’attuale vertenza aperta con la proprietà Syensqo dello stabilimento chimico sono lì a testimoniarlo.
Sono lotte dure, che investono intere comunità e territori solitamente contro potenti gruppi industriali riconducibili a importanti società multinazionali private, verso cui tutta l’intera società deve far sentire la propria vicinanza e nei confronti delle quali le tutte Istituzioni pubbliche, le Organizzazioni sindacali e di categoria devono ineluttabilmente farsi soggetto tutelante e attivo con l’intento di raggiungere una possibile sintesi sostenibile. Oggi, nel 2026, dopo tutte le vicende che si sono succedute nel corso dei decenni, non può più essere utilizzato lo spauracchio del ricatto occupazionale o la chiusura di una attività produttiva versus un bene comune primario quale è la salute pubblica che non può e non deve essere oggetto di discussione.







