di mariano g. santaniello

In queste ultime settimane si sono svolte in Germania elezioni locali che hanno profondamente scosso l’opinione pubblica europea. Prima in Sassonia-Anhalt e successivamente in Meclemburgo-Pomerania, due länder geograficamente riconducibili all’ex DDR marginali, demograficamente modesti ed economicamente arrancanti,  in cui si è manifestata in tutta la sua evidenza la formidabile avanzata, sin quasi al raggiungimento della maggioranza assoluta, di Alternative für Deutschland (AfD) ovvero quella formazione politica di estrema destra permeata di valori, simboli e armamentario culturale riconducibile, senza grandi difficoltà, al neonazismo (in Germania!, n.d.r.).

Poco è servita per addolcire la pillola, la vittoria di Die Linke nella molto più popolosa e importante Berlino; anche lì AfD ha ottenuto un ragguardevole risultato ponendosi al terzo posto nei consensi. Non è una sorpresa, certo. I segnali di un’avanzata dell’estrema destra in Germania c’erano tutti e da anni. Lentamente, progressivamente AfD ha continuato ad erodere consenso non solo nel mondo conservatore e moderato, ma anche – anzi, soprattutto – in quegli strati più sofferenti, marginalizzati e poveri della società tedesca, soprattutto dislocati negli Ostländer; quelli che più hanno pagato la reunificazione della Germania post 1989.

AfD ha abilmente cavalcato e instillato paure, odio, rabbia e disperazione di strati importanti di popolazione costruendo capri espiatori, additando responsabilità, sventolando la bandiera dell’identità e della nazione. Ciò che sta accadendo in Germania oggi è figlio di un processo lungo, in atto da oltre dieci anni, che rientra in quell’onda nera che sta attraversando l’Occidente globale, mettendo in crisi il concetto stesso di democrazia liberale richiamando regimi autoritari del passato imperniati su un’idea identitaria di nazione, legata al sangue, spesso e volentieri ammantata di forti richiami religiosi.

Nel passato, poiché non è una novità nella Storia, gli esiti di queste situazioni non hanno mai condotto a effetti favorevoli e di progresso per il genere umano; la Storia del secolo scorso è lì a testimoniarcelo. Ciò che oggi sta accadendo in Germania, negli Usa, in Francia, ecc., e perché no, anche in Italia sarà materia di interesse per studiosi di scienza della politica, di sociologia, di filosofia e di diritto applicati alla politica e sarà oggetto di studi approfonditi; lo è già ora e lo sarà per qualche tempo a venire, ma a me preme sottolineare come sia interessante osservare e analizzare ciò che sta accadendo dal punto di vista delle modalità con cui alcuni processi si manifestano e si esplicitano.

Il caso ha voluto – ma sarà stato davvero il caso? – che nei giorni in cui si stava svolgendo la campagna elettorale in Germania per le elezioni regionali sopra citate, stessi leggendo un saggio, datato, di G.C. Argan, “Walter Gropius e la Bauhaus”, in cui il grande storico dell’arte ripercorreva vita e opera dell’architetto tedesco, tra i padri fondatori del Movimento Moderno. Gropius non fu solo un architetto di rilievo, ma anche un importante intellettuale del suo tempo, plasmato e profondamente permeato di quella fondamentale cultura tedesca che tra XIX° e XX° secolo ha condizionato e indirizzato il sapere e il patrimonio di conoscenze europee.

Al di là delle sue notevoli opere architettoniche, Gropius contribuì con importanti elaborazioni teoriche – che in quella cultura si radicavano – a supporto di quella rivoluzione formale ed estetica nota come Movimento Moderno o Razionalismo, che seppe riconoscere le epocali trasformazioni strutturali che il progresso industriale imponeva alla società europea e occidentale degli anni ‘20 e ‘30 del Novecento. In tal modo l’arte – non la sola architettura, ma tutta l’arte – si liberava di inutili orpelli, si confrontava con la produzione industriale e le sue capacità di innovazione e si rendeva disponibile a masse assai più ampie di popolazione uscendo dal cliché dell’opera artistica disponibile per sole élite. Ma Gropius fece di più. Non solo teorizzò e praticò le sue idee, ma si convinse della necessità di produrre un grande sforzo pedagogico e formativo in accompagnamento alle sue convinzioni e a quelle del Movimento Moderno internazionale. Per queste ragione nel 1919 fondò, con  altri,  la Bauhaus, una scuola di arte e design che operò in Germania nel contesto storico-culturale della Repubblica di Weimar. Ne fu l’anima, il costruttore, il direttore sino al 1928 quando decise di abbandonare a causa di frizioni con il potere politico locale per dedicarsi all’attività professionale, mantenendo stretti legami con la sua creatura. Questo esperimento straordinario e originale venne definitivamente soppresso nel 1935 dopo anni di censure e attacchi da parte del regime nazista ormai al potere che vedevano nella Bauhaus una manifestazione di “arte degenerata” e un esercizio di democrazia e libertà intellettuale non accettabile.

Ebbene, proprio mentre stavo leggendo questa storia, originale e importante, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di giornale che racconta che, nei programmi della AfD propalati durante la campagna elettorale in corso in Sassonia-Anhalt, in caso di vittoria, si dovrà intervenire contro la Bauhaus – la scuola è sita a Dessau,  città che fa parte della Sassonia-Anhalt -. Le ragioni? Hans-Thomas Tillschneider, deputato regionale di AfD ha depositato una mozione parlamentare in cui si definisce la Bauhaus un «errore della modernità», sostenendo che l’intero esperimento, incluso il complesso architettonico, sia estraneo ai concetti di patria e tradizione nazionale. Che lettura originale!

In quegli stessi giorni a Cernobbio, in Italia, era in corso una manifestazione che si replica ogni fine estate prima della ripresa delle attività dopo le vacanze: il forum europeo Ambrosetti. Qui, sulle amene rive del lago di Como, si riunisce ogni anno il gotha della élite europea politica, economica e finanziaria per incontrarsi, conoscersi e discutere delle insorgenti novità. Insomma una cosa per quelli che contano. Quest’anno ha colpito parecchio me, ma non solo il sottoscritto, che tra i vari invitati nel panel del convegno brillassero figure appartenenti a quell’onda nera sopra citata che in passato non figuravano perché, comunque, creavano o avrebbero potuto creare un certo imbarazzo “istituzionale”. Erano presenti economisti, politici, industriali, banchieri, giornalisti, finanzieri e ovviamente non poteva mancare la novità dell’anno: il generale “senza macchia e senza paura”, il paladino del patriarcato mediterraneo, l’uomo del «noi siamo la feccia» che, invitato, ha snocciolato il suo rosario di teorie aberranti e farlocche, i suoi proclami nostalgici, le sue convinzioni perverse e razziste, le sue dichiarazioni muscolari e violente. Si è presentato, anzi è stato invitato, nel salotto buono del capitalismo italiano ed europeo a dimostrare la sua affidabilità e disponibilità alla collaborazione con quello che è, per definizione, il cuore dei poteri “forti”. Persino il prof. Mario Monti, che si è trovato – credo non per sua volontà – al suo fianco nel panel, ha voluto prendere, con sobrietà, le distanze. Il mondo al contrario, il tracimante vuoto populismo, i continui richiami a motti e simboli del ventennio fascista hanno, comunque, trovato e avuto una vetrina, forse non opportuna, ma sicuramente di prestigio.

Questo mi ha fatto tornare alla mente fatti accaduti in passato che, ad esempio, coinvolgono una figura eminente della democrazia e del Paese: Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Egli, figura di spicco di quel mondo politico-economico liberale, classe dirigente che ha governato l’Italia post-unitaria, nel novembre del 1922, al culmine della manifestazione eversiva del movimento, ebbe a scrivere in un articolo sul Corriere della Sera che «salutava l’avvento di Mussolini al potere come l’occasione per porre fine a un sistema politico dominato da una schiera e restaurare invece, secondo lo spirito liberale, la dignità dello Stato». Un abbaglio? Forse…anche se Einaudi, in quegli anni, guardava con oggettivo interesse al fascismo vedendoci un movimento capace di applicare i principi in cui la borghesia liberale italiana si riconosceva, con un ritorno al liberalismo classico «della marca più autentica e pura». Ovviamente ebbe poi a ricredersi dopo qualche tempo, ma intanto, ormai, il danno era fatto.

Questi due fatti, apparentemente poco rilevanti, ma simbolicamente di grande significato, mi hanno fatto riflettere su come questi tempi tribolati e instabili in cui siamo tutti calati, abbiano la propensione a ripercorrere momenti, gesti, situazioni che la Storia più o meno recente – la nostra e non solo -, tende a reiterare e a riproporre in una sorta di coazione a ripetere che appare difficilmente spiegabile se non con l’applicazione di quella “regola” che il vecchio K. Marx nel “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” ebbe a ricordare ovvero che «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per cosí dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.».

Beh, auguriamoci che tra qualche anno se ne possa ridere!

Franco Gavio

Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Scienze Politiche ha lavorato a lungo in diverse PA fino a ricoprire l'incarico di Project Manager Europeo. Appassionato di economia e finanza dal 2023 è Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Dal dicembre 2023 Panellist Member del The Economist.

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