Credo che si debba fare una riflessione generale sulla questione della chimica raffinata, poiché essa è il tassello fondamentale per la trasformazione della corrente offerta energetica derivante da residui fossili. In altre parole: la osannata Green Economy https://ilpontedem.it/2026/03/26/questo-shock-energetico-ci-induce-a-varare-una-strategia-industriale-verde/ – pilastro centrale della politica europea per l’autonomia energetica – non la si può attuare se non attraverso l’impiego di una produzione industriale di chimica sofisticata, nella quale potrebbero essere presenti anche componenti nella catena di valore potenzialmente inquinanti. Questa è la ragione per cui la EU è estremamente “soffice” nei confronti di aziende che posseggono il quasi monopolio a livello internazionale di componenti plastiche indispensabili per il raggiungimento di tale scopo.
Non solo la Syensqo, bensì altre decine d’industrie di siffatto settore, principalmente locate in Nord Europa, sono coinvolte e indotte in questo necessario processo di trasformazione energetica. Essendo la EU scarsa di materie prime, nonché di terre rare, ma possedendo un elevato know-how industriale nell’esagono che racchiude la componentistica specifica (chimica, elettro-meccanica, digito-informatica, ecc.), una eventuale progressiva riduzione della dipendenza dalle fonti fossili nell’arco di un decennio è possibile, ed è altrettanto augurabile sia per il clima (diminuzione CO2) sia per il sostentamento dei posti di lavoro e conseguentemente dei redditi individuali.
Quindi, il tema va inquadrato in una cornice “organica” e non spezzettato nelle sue parti marginali e in parte velleitarie. Ora: bisogna capire se alcuni PFAS sono sostituibili in questa catena di valore, il cui fine è necessariamente la trasformazione verso l’elettrico, l’idrogeno, il solare o il nucleare da fusione https://ilpontedem.it/2026/03/14/il-giappone-vicino-alla-energia-derivante-dalla-fusione-nucleare/ . E qualora non lo fossero è obbligatorio che venga limitata da parte delle Autorità Pubbliche qualsiasi eventuale eccesso di esternalità negativa nel rispetto dei limiti di legge.
Il compito della politica, in particolare dello schieramento progressista, è quello di bilanciare le contraddizioni e le aporie che emergono tra il potenziale inquinamento o modifica dell’ecosistema e la sopravvivenza economica, nonché il benessere generale, essendo i secondi messi in pericolo da aggressivi competitori (USA e Cina) meno inclini a soddisfare la difesa di diritti collettivi.
Tuttavia, la EU non può destreggiarsi tra una severità formale e una sordida tolleranza. Essa deve accollarsi il compito di coordinare e di finanziare la ricerca infra-europea mediante gli strumenti di debito comune, affinché si pervenga a produrre molecole che abbiamo il minimo impatto sul biosistema. Un certo egoismo societario finalizzato a remunerare gli azionisti, ma anche una scarsità di offerta di capitali privati sul mercato finanziario continentale può: nel primo caso essere temperato, nel secondo aggregata, da e con un sostanzioso finanziamento pubblico per la ricerca e lo sviluppo.
In conclusione: non bisogna lasciare sole né le popolazioni (cittadinanze) né le aziende (i lavoratori).
fg
Si discute da diversi anni su quali alternative ai hashtag#PFAS siano effettivamente già disponibili a scala industriale. Da domani ci saranno 60 giorni di tempo per condividere le informazioni con le istituzioni europee chiamate a decidere su quali – e per quali usi – risparmiare dalla messa al bando.
Si tratta di una famiglia di molecole molto utili (come lo erano il DDT o l’Eternit del resto) che però negli organismi agiscono da interferenti endocrini e, per la natura stessa del legame C-F, sono composti molto stabili, persistenti e bioaccumulabili, con impatti a cascata su ecosistemi acquatici e catena alimentare.
Condivido l’informazione hashtag#ECHA per dare un piccolo contributo nel coinvolgere le aziende e Università che lavorano sulle alternative e far arrivare alle istituzioni preposte le informazioni più complete possibili.
Questo può aiutare a individuare gli usi davvero indispensabili e, quindi, ridurre l’esposizione al rischio sanitario della popolazione ed i costi di rimozione/distruzione a livello degli impianti del servizio idrico integrato (potabilizzatori e depuratori, secondo gli standard previsti dalle ultime direttive europee).
La Commissaria all’Ambiente europea ha in più occasioni ricordato che circa il 30% dell’Europa nei prossimi anni dovrà affrontare i rischi connessi al cambiamento climatico ed è necessario investire ingenti risorse per la salvaguardia delle risorse idriche a livello qualitativo e quantitativo, quindi sia dai contaminanti emergenti, come i PFAS, che dal sovrasfruttamento.
Applicare il principio di precauzione sulla produzione di sostanze che hanno già portato alla chiusura di diversi pozzi, anche ad uso idropotabile, e a impatti sulla salute degli abitanti di Piemonte e Veneto, andrebbe in questa direzione ma, se non ci sono le alternative, il principio da solo non basta.
Alice Giaccone
SoGeRi
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