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Mar 24, 2026 Mariana Mazzucato

LONDRA – La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha destabilizzato l’intero Medio Oriente, infliggendo un enorme tributo in termini di vite umane e danni ambientali, e causando una delle più grandi oscillazioni dei prezzi del petrolio mai registrate. Con le ripercussioni che si ripercuotono sui mercati azionari globali e spingono al rialzo il debito pubblico, i governi devono riconoscere che questo tipo di shock energetico non è una crisi isolata e di breve durata. Rappresenta la nostra nuova realtà.

In un’era di turbolenze geopolitiche, la resilienza economica richiede di cambiare non solo i tipi di energia che consumiamo, ma anche il come, il dove indirizzarla e da chi vengono prodotti i beni. Attraverso una strategia industriale verde orientata alla missione e con un quadro macroeconomico che supporti investimenti pubblici strategici, i governi possono contribuire a garantire il tenore di vita e contemporaneamente a costruire la resilienza economica.

Le misure immediate per proteggere famiglie e imprese dalla crisi dovrebbero essere concepite per promuovere obiettivi economici più ampi. Se una politica serve solo a sostenere i profitti derivanti dai combustibili fossili, dovrebbe essere considerata un fallimento.

È il momento di un nuovo approccio. Gli shock inflazionistici energetici, causati da conflitti geopolitici, stanno diventando sempre più frequenti. L’Iran ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz durante la guerra dei 12 giorni nello scorso giugno, e ora ha dato seguito alla minaccia, facendo salire i prezzi del petrolio greggio sopra i 100 dollari al barile per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Il Regno Unito, che quattro anni fa è stato colpito più duramente di qualsiasi altro Paese dell’Europa occidentale a causa della sua forte dipendenza dal gas naturale e della grave carenza di capacità di stoccaggio, rappresenta un monito per qualsiasi Paese disposto a rischiare un’elevata esposizione a improvvisi shock dell’offerta. Nonostante i progressi compiuti dal Ministro dell’Energia britannico Ed Miliband nel portare avanti la sua missione “Clean Power” per la decarbonizzazione della rete elettrica, il legame tra i prezzi del gas e dell’elettricità non è stato reciso.

I prezzi all’ingrosso dell’energia nel Regno Unito sono aumentati di circa il 50% dall’inizio della guerra con l’Iran.

Sarebbe un errore per le economie sviluppate seguire l’esempio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump volto a raddoppiare la dipendenza dai combustibili fossili che alimentano la volatilità dei prezzi dell’energia e fungono da merce di scambio in ambito militare. Il Regno Unito – e tutte le altre economie – saranno più sicure se la fornitura di elettricità proverrà da fonti pulite e nazionali e, al di là della rete elettrica, trasformerà il modo in cui ci muoviamo, costruiamo e viviamo.

Ma il raggiungimento di questo obiettivo richiede un’azione coordinata tra i ministeri che si occupano di alloggi, trasporti, scienza e tecnologia e finanza. Gli impegni governativi dovrebbero definire un obiettivo ambizioso e concreto da perseguire per tutti i ministeri competenti, perché è così che si mobilitano i necessari investimenti intersettoriali.

A seguito dell’attuale shock, incombe la prospettiva di una nuova crisi del costo della vita. Nel Regno Unito, ad esempio, la previsione dell’Office for Budget Responsibility ossia quella di una riduzione dell’inflazione dal 3,4% al 2,3% quest’anno è già stata smentita e il Cancelliere dello Scacchiere Rachel Reeves è sotto crescente pressione per proteggere le famiglie da ulteriori difficoltà. Nel Regno Unito cibo ed energia hanno rappresentato nel 2022 circa la metà dell’aumento del 9% dei prezzi al consumo. Una dinamica simile, e persino più potente, potrebbe innescarsi ora, con l’intensificarsi delle minacce geopolitiche e dei cambiamenti climatici, che sconvolgono i raccolti agricoli e le vie di trasporto in tutto il mondo.

Inoltre, vi sono ampie prove che dimostrano come gli utili aziendali siano stati una delle principali cause dell’inflazione nel biennio 2022-2023. Lo shock energetico ha permesso alle imprese di estrarre rendite – profitti eccessivi – semplicemente per la scarsità dei beni, non perché avessero improvvisamente generato guadagni produttivi.

Il ruolo appropriato del governo è quello di garantire che le crisi non avvantaggino un piccolo gruppo di azionisti a scapito di tutti gli altri. Con la giusta risposta, le crisi diventano opportunità per stimolare una reale attività economica e trasformazioni economiche più ampie.

Il Primo Ministro britannico Keir Starmer e Reeves, ad esempio, hanno proclamato una politica di “tolleranza zero” nei confronti della speculazione sui prezzi, con grande disappunto dei principali rivenditori di benzina. Ma i dettagli di una tale politica sono di fondamentale importanza. La Sempre nel Regno Unito per il 2022-23 è stato varato un provvedimento di Garanzia sul Prezzo dell’Energia attraverso cui si è posto un tetto massimo a quanto le famiglie pagavano, sovvenzionando di fatto i fornitori e cercando poi di tassare i profitti straordinari.

Spagna e Portogallo hanno trovato un modo migliore per contenere l’inflazione, ponendo un tetto massimo al costo del gas utilizzato nella produzione di energia elettrica, riducendo così i margini di profitto straordinari alla fonte.

Questo secondo approccio, combinato con un ambizioso piano di sviluppo delle energie rinnovabili, si è dimostrato superiore. I prezzi dell’elettricità in Spagna erano inferiori del 57% rispetto alla media europea nella seconda metà del 2022. Il costo elevato del gas ora determina il prezzo dell’elettricità solo nel 15% dei casi in Spagna, rispetto all’89% in Italia. Se l’obiettivo è promuovere una crescita sostenibile, è meglio stabilire fin dall’inizio rapporti economici equi piuttosto che permettere l’accumulo di profitti monopolistici per poi tentare di tassarli.

Gli shock energetici si ripercuotono sull’intera economia perché il petrolio e i prodotti petroliferi rimangono fattori chiave per la produzione manifatturiera, i trasporti e l’agricoltura. A complicare ulteriormente le cose si aggiunge  la crescita dei tassi di interesse da parte delle banche centrali – attualmente il principale strumento utilizzato per combattere l’inflazione – la quale non farebbe altro che esacerbare il problema. Gli aumenti dei tassi rendono gli investimenti – compresi i finanziamenti per le energie rinnovabili, che comportano elevati costi iniziali – più costosi, senza fare nulla per contrastare le cause dell’inflazione dal lato dell’offerta.

Peggio ancora, i tassi di interesse sui prestiti sovrani saranno spinti al rialzo, poiché gli investitori prezzeranno queste tendenze, soffocando ulteriormente i necessari investimenti pubblici in scuole, sistemi sanitari e infrastrutture. Per evitare questa spirale negativa, i governi devono smettere di fare così tanto affidamento sulle banche centrali e iniziare ad affrontare l’inflazione alla fonte.

Fortunatamente, gli investimenti verdi sono vantaggiosi per tutti. Oltre a mitigare i cambiamenti climatici, i loro effetti a cascata portano a una maggiore produttività, a buoni posti di lavoro e a standard di vita più elevati.

Una volta conteggiati questi costi, l’investimento si ripaga da solo. Proprio la settimana scorsa, l’organismo indipendente britannico per il controllo del clima ha confermato che ogni sterlina spesa per avvicinarsi alle emissioni nette zero genera un valore di circa 2-4 sterline, oltre a benefici più ampi come aria più pulita, case più calde e diete più sane.

Questa crisi energetica rappresenta un’opportunità per gli Stati intraprendenti di sviluppare le capacità, gli strumenti e le istituzioni necessarie per garantire beni di prima necessità a prezzi accessibili, prevenire speculazioni opportunistiche e catalizzare una trasformazione industriale.

Come sottolineò John Maynard Keynes quasi un secolo fa, lo Stato deve fornire indicazioni e investimenti quando la fiducia del settore privato e dei consumatori si arresta. I governi non devono lasciarsi paralizzare da quest’ultimo shock. Dovrebbero invece stimolare azioni decisive per minimizzare la sofferenza umana e investire nella resilienza economica a lungo termine.

Mariana Mazzucato, a professor at University College London, is Founding Director of the UCL Institute for Innovation and Public Purpose. She is the author of many books, including The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths (Penguin, 2023), The Value of Everything: Making and Taking in the Global Economy (Penguin Books, 2019), Mission Economy: A Moonshot Guide to Changing Capitalism (Penguin Books, 2022), The Big Con: How the Consulting Industry Weakens Our Businesses, Infantilizes Our Governments and Warps Our Economies (Penguin Press, 2023), and the forthcoming The Common Good Economy: A New Compass (Allen Lane, June 2026).

https://www.project-syndicate.org/commentary/iran-energy-shock-green-industrial-strategy-by-mariana-mazzucato-2026-03?fbclid=IwY2xjawQw2TRleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBlVzFPUjlnRmVwa1kwcHZ4c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHlb90Sd6-4_XWG8yxYxcInCdcJNE2YrCPrYnE810ZrA-JYaWX92lKgn7KIYc_aem_jJfF5tdNGeMC-BqXS21xhA&utm_campaign=mrf-facebook-projectsyndicate&mrfcid=2026032569c3db87b03c6f461bf93de1

 

Franco Gavio

Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Scienze Politiche ha lavorato a lungo in diverse PA fino a ricoprire l'incarico di Project Manager Europeo. Appassionato di economia e finanza dal 2023 è Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Dal dicembre 2023 Panellist Member del The Economist.

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