Il declino tecno-industriale della EU, l’ostilità Russa e Americana, la diffidenza cinese
La profonda crisi che sta vivendo l’Unione Europea è null’altro che l’epilogo di una serie di errori strategici, le cui responsabilità sono d’addebitare a coloro che nel recente passato hanno compiuto scelte strutturali di lunga durata senza aver considerato né il grado di attuazione delle proprie autonomie industriali, né tantomeno le potenzialità competitive dei due grandi blocchi techno-economici globali: gli USA e la Repubblica Popolare Cinese.
L’esempio più calzante è la cosiddetta “transizione ecologica”, tanto sbandierata dalla UE come rivoluzione epocale finalizzata al principio encomiabile della salvaguardia dell’ambiente, quanto deficitaria nei mezzi e negli apparati occorrenti per poterla realizzare compiutamente. Il combinato della struttura industriale europea con i suoi prodotti (chimica di valore, automobilistica, meccanica avanzata, energetica) da tempo fatica enormemente a tenere il passo con la più efficiente offerta cinese, sia in termini di qualità dello sviluppo tecnologico sia come comparazione dei prezzi di mercato. Attualmente, in alcuni settori specifici subiamo il monopolio e persino il ricatto dall’Impero di mezzo.
Prendiamo come esempio il caso principe: le auto EV. La Commissione Europea con l’adozione di alcuni noti provvedimenti ad hoc ha letteralmente spronato negli ultimi cinque anni i consumatori europei all’acquisto di mezzi per la mobilità privata e pubblica elettrica, indulgendo gli acquirenti a convenire verso un senso di responsabilità collettiva a tutela della propria salute, nonché di quella del pianeta (inquinamento urbano ed eccesso di CO2 nell’aria). Pareva che in questa sciarada del buonismo scientifico, incrociato con l’elevato sviluppo della civiltà continentale, complessivamente, vi fosse una ottima ragione per scongiurare l’evidenziarsi di una “natura” in costante affanno. Purtroppo, anche le buone intenzioni lastricano la via dell’inferno:
“…si prevede che il deficit commerciale della Germania con la Cina quest’anno aumenterà nuovamente, raggiungendo circa 87 miliardi di euro. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate dell’8%. Settembre è stato il mese più forte di sempre per le case automobilistiche cinesi in Europa. I marchi cinesi rappresentano ora il 20% del mercato ibridi e l’11% delle vendite di veicoli elettrici (EV).”[1]
Non è il caso di ricordare per un paese europeo quali siano le conseguenze finanziarie connesse alla pesante perdita di quote della bilancia commerciale. Secondo Rhodium, una società di consulenza, le auto tedesche detengono solo il 17% del mercato cinese, in calo rispetto al picco del 27% del 2020. Peggio ancora, la concorrenza cinese mette a repentaglio le vendite anche in altri mercati. Le esportazioni nette di automobili della Cina sono aumentate da zero nel 2020 a 5 milioni di unità lo scorso anno. Quelle della Germania si sono dimezzate nello stesso periodo, a 1,2 milioni di unità.
“Queste cifre hanno suscitato in Germania il timore di un’ondata di deindustrializzazione. ‘Stiamo perdendo quote di mercato, stiamo perdendo lavoratori’, afferma Oliver Richtberg del VDMA. ‘Questo potrebbe creare un serio problema di occupazione in Europa’. Metà delle aziende industriali che si trovano ad affrontare la concorrenza cinese, intervistate lo scorso anno dall’Istituto Economico Tedesco (IW), un istituto di ricerca con sede a Colonia, ha dichiarato di voler tagliare la produzione e i posti di lavoro. Nell’indagine informale dell’Economist sulle aziende del segmento medio-alto, poche si sono sentite immuni alla pressione cinese. “Il temuto shock cinese è arrivato”, scrive l’IW.”[2]
Con il tempo e un forte supporto mass-mediatico una buona parte dell’opinione pubblica europea (i benpensanti, il ceto degli affluenti, entrambi sostenuti da una sinistra vociante nei diritti e contraddittoria nei fatti) ha generato una sorta di “crosta” ideologica, ovvero un sistema di idee e di giudizi esplicito e generalmente organizzato, che serve a descrivere, spiegare, interpretare o giustificare l’orientamento di un gruppo o di una collettività senziente la quale, nello specifico, ispirandosi ampiamente ai valori di tutela ambientale, ha raccolto dall’alto un indirizzo preciso ritenuto storicamente compatibile con la teoria del progresso civile.
Molti, accettando questa narrazione hanno creduto supinamente e semplicisticamente che il funzionamento di una propulsione, di cui si dota una EV, non fosse diverso da quello del proprio frullatore casalingo. L’equivalenza banale secondo cui: così come il proprio mixer elettrico di cucina collegato alla rete non risulta inquinante, allo stesso modo un veicolo con motore di stessa concezione, però dotato di batterie, dovrebbe parimenti produrre lo stesso effetto.
Non è così! La propulsione di un auto elettrica, poiché autonoma nello sviluppo di potenza, necessita una batteria, da cui una rivoluzione dei processi industriali, delle tecniche digitali specificamente applicate, una nuova logistica integrata della componentistica, una chimica raffinata, ma soprattutto l’utilizzo necessario di materiali (terre rare)[3], i cui processi di raffinazione e di scavo, per altro altamente inquinati, sono attualmente monopolizzati dall’industria cinese in una quota leggermente inferiore al 70% della produzione mondiale.
Ma c’è di più, la cui conseguenza è assai più preoccupante:
“… l’improvviso ritiro dell’accesso alle terre rare e ai chip di Nexperia [società cinese operante in Olanda] ha reso la minaccia per l’industria europea molto più esplicita. Sebbene i controlli sulle terre rare siano stati sospesi per un anno dopo la conclusione di un accordo commerciale tra America e Cina il 30 ottobre, la EU, nonostante le sue pretese di “autonomia strategica”, si è ritrovata a fare da spettatrice ai negoziati, con profonde conseguenze per la sua economia. Inoltre, il regime di licenze originale per altre sette terre rare rimane in vigore, consentendo alla Cina di rallentare le consegne quando lo desidera. E qualunque siano le regole teoriche, i funzionari cinesi possono ancora limitare le forniture di ogni tipo di input all’industria europea, più o meno a loro piacimento.”
In inglese si dice “blackmail”, in italiano “ricatto”.
Un progetto di trasformazione rivoluzionaria dell’utilizzo delle risorse energetiche, al di là della sua presunta efficacia e “nobiltà ecologica”, presuppone che il proponente abbia la consapevolezza della propria solidità politica e istituzionale affinché tale cambiamento sia in grado di poterlo dirigere e promuoverlo, poiché esso assume una dinamica conativa (si veda il caso della rivoluzione digitale varata dagli USA a partire dagli anni ‘90), ovvero spinge o incita una collettività internazionale all’azione competitiva in un mercato altamente finanziarizzato.
L’irrilevanza politica internazionale della EU, lo stato di frammentazione del suo mercato domestico, per le ovvie colpe dovute a ragioni di egoismo nazionale; l’acerrimo scontro interno fra i rissosi gruppi d’interesse; il persistere di una asfissiante burocrazia comunitaria; infine, i leziosi dibattiti tra contrastanti orientamenti politici, ha fornito il destro alla Cina di cogliere l’importanza sottraendo al “verbo” europeo il suo primato, diventando in poco tempo il paese egemone nella grande transizione all’elettrico.
“…lo stabilimento di Tongwei è di proprietà di BYD, il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici (EV). La Cina ha prodotto 13 milioni di veicoli elettrici lo scorso anno; la produzione è cresciuta in media del 70% su base annua dal 2020. Parte della produzione di veicoli elettrici è rappresentata dalla capacità di produrre batterie, che è cresciuta del 65% su base annua nello stesso periodo. Con una crescita annua di appena il 50% dal 2020, il fotovoltaico sembra quasi in ritardo.”[4]
La cinese Tongwei, l’azienda che gestisce la fabbrica di Chengdu, ha fornito le celle solari per uno su sette dei pannelli solari venduti in tutto il mondo pari allo sviluppo di 680 gigawatt di capacità annuale. A titolo di confronto, la capacità di generazione totale in Gran Bretagna è di circa 100 GW.
“se solo l’impianto di Chengdu [uno delle centinaia presenti in Cina] funzionasse, in media, al 25% della sua capacità di picco – abbastanza tipica per una buona installazione in un luogo soleggiato – produrrebbe in linea di principio 1,4 milioni di gigawattora, ovvero 1.400 terawattora (un terawatt equivale a 1.000 GW) nel corso di un anno. Il consumo totale di elettricità nel mondo lo scorso anno è stato di poco superiore a 30.000 TWh.”[5]
E’ assai noto che il possesso di una autonomia energetica, quindi il non dipendere da altri, è la condizione di base per la deterrenza bellica. Senonché, acquisire la seconda presupporrebbe l’ideazione e la produzione di beni industriali dotati di una avanzatissima tecnologia non molto dissimili rispetto alla prima, di cui si è fatto menzione in precedenza, con l’aggiunta della cyber-security, a confronto dei quali l’apparato europeo è in netto ritardo.
Il conflitto Russo/Ucraino, la contemporanea rielezione di un Presidente americano decisamente ostile – “…la EU è stata creata per fottere l’America” – l’incredibile balzo della Cina, ha completamente stravolto gli assetti ideali e di collaborazione stratego-politico-militare su cui si fondava il consorzio politico europeo, mettendo a nudo la sua attuale irrilevanza e inadeguatezza nel confrontarsi con le forze centrifughe internazionali. Non è il caso qui di infierire sulla deprecabile qualità della generazione dei politici e della tecnocrazia di Bruxelles che si è succeduta a partire dalla realizzazione della moneta unica.
La EU a fronte del nuovo preoccupante scenario mondiale reagisce con il varo del White Paper 2030[6], un programma di riarmo quasi esclusivamente indirizzato instaurare una procedura di mutua collaborazione e di integrazione infra-statuale che coinvolga il complesso industriale, i cui prodotti sono ritenuti indispensabili nel processo di riarmo per gli Stati membri. Si potrebbero mobilitare spese aggiuntive per la difesa fino a incrementare l’’1,5% del PIL.
Sulla base di proiezioni di graduale assorbimento, gli investimenti per la difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, inclusa la spesa finanziata dai 150 miliardi di euro del SAFE, che saranno automaticamente ammissibili ai sensi delle clausole di salvaguardia nazionali. Sebbene gli americani conservino una opinione scettica sul fatto che questo bastione di deterrenza sia pronto, entro così breve tempo, a neutralizzare qualsiasi minaccioso avventurismo esterno, l’avvio del programma è stato condiviso da tutti i vertici degli Stati Membri.
Quello che non si dice, ma si comincia a palesare, riguarda la “surrettizia protezione governativa EU” per tutte quelle aziende ritenute strategicamente importanti: una sorta di “Ragion di Stato” mascherata, ciò a detrimento dei diritti collettivi di cui sono titolati per legge le popolazioni insediate a corona di quelle specifiche aree produttive sensibili.
Cosicché, tra il diritto della tutela ambientale in contrasto con il dovere di uno Stato, ossia quello di osservare il principio di difesa nazionale sarebbe d’uopo che seguissimo il saggio consiglio di Messer Niccolò: “…perché gli uomini, come diceva il re Ferrando spesso fanno come certi minori uccelli di rapina, ne’ quali tanto desiderio di conseguire la loro preda, a che la natura gl’incita, che non sentono uno altro maggiore uccello che sia loro sopra per ammazzarlo.”[7]
fg
[1] https://www.economist.com/briefing/2025/11/20/chinese-regulations-and-competition-are-panicking-european-manufacturers
[2] Ibid
[3] https://ilpontedem.it/2025/10/27/terre-rare-e-sovranita-economica-marx-aveva-previsto-tutto-tranne-la-cina/
[4] https://www.economist.com/special-report/2025/11/03/solar-in-china-has-become-too-big-to-fail
[5] ibid
[6] White Paper for European Defence Readiness, EU
[7] Niccolò Machiavelli, capitolo XL, Discorsi sulla prima Decade di Tito Livio







