

Il cambiamento del paradigma
A partire dalla fine degli anni ’70 si affacciava un processo di rivoluzione delle relazioni economiche-sociali internazionali, i cui assunti principali vertevano sulla radicale modificazione di quei concetti introdotti dalla presidenza di F.D. Roosevelt a seguito della grande depressione del ’29. In pari tempo e in modo analogo sull’altra sponda dell’oceano J.M. Keynes teorizzava che la disciplina economica dovesse assumere prettamente una funzione di carattere sociale. Lentamente, ma sempre con maggior lena, a cavallo del trascorso millennio la forza del capitale incrementò questo processo di trasformazione. Si passò dalla ricerca del benessere nell’intero corpo sociale – sebbene non cessò mai la critica sulla sua mal distribuzione – alla totale centralità astratta del mercato (M. Friedman). Metafisicamente parlando, si subordinò la “sostanza” a un suo “attributo”.
In questo modo, nel rispetto deliberazioni del WTO, per oltre 40 anni vennero formulate norme di tipo giuridico-contrattuale transnazionali orientate a tutelare un caotico processo di globalizzazione; queste incardinate sul dogma del libero mercato, a cui fece seguito nell’emisfero occidentale – in particolar modo nella EU – lo smantellamento dei principali asset pubblici nazionali e la loro successiva ricollocazione sul mercato finanziario. Agiva sullo sfondo una politica economica sorretta da decisioni di carattere politico-giuridiche volte alla multilateralità e alla riduzione delle rispettive quote tariffarie infra-statuali.
Questa nuova dottrina, il neoliberismo, concettualizzava una presunta “liberazione” delle potenzialità espansive del capitalismo, mediante il suo affrancamento finanziario, la mercificazione del tempo e di ogni attività umana. La supposta narrazione dello “sgocciolamento”, incantò i vertici che presiedevano la gran massa del voto ceto-medio-operaio occidentale, il cui esito avrebbe prodotto, secondo gli ispiratori della classe magnatizia di Wall Street, una maggior ricchezza “per caduta” su tutti i ceti sociali, in particolari nella fascia di quelli meno abbienti.
Dopo circa mezzo secolo le falsità sono emerse in tutta la loro evidenza: ben pochi risultarono i vincitori a dispetto della moltitudine dei vinti. Vinti che ora chiedono una “vendetta” riparatrice sia nei confronti del capitale sia verso i vecchi partiti popolari, di cui furono un tempo sostenitori, le cui élite, ricusando la dialettica storica, si dimostrarono nel corso dei recenti anni acquiescenti, passivi, se non addirittura complici.
Oggi i vincitori risiedono negli esotici paradisi fiscali; i co-gestori pubblici e privati si beano dei loro munifici portafogli ricavati dai profitti delle gigafactory asiatiche, conteggiando il numero delle quote azionarie stipate nelle proprie casseforti governative, per non parlare del controllo che esercitano sui mostruosi fondi passivi[1]; oppure si pavoneggiano nelle loro lussuose mansion ubicate nei quartieri residenziali dell’America urbana; nonché campeggiano all’interno del perimetro dello spazio politico, nella veste di munificenti multimiliardari, il cui potere tecno-industriale sta assorbendo gran parte dell’ambito sociale tradizionalmente riservato alla politica.
Il franco-britannico-tedesco malessere dei vinti
Per converso, i vinti dimorano nelle popolazioni di ceto medio basso a corona delle dismesse aree del ex primario produttivo tedesco da cui l’AfD consegue buoni risultati (circa il 25%) in luoghi dove i livelli di produzione erano storicamente elevati, mentre ora si palesa un declino industriale sempre più evidente; una descrizione che si applica a gran parte nella Germania occidentale. La produzione di manufatti sta crollando, l’economia è stagnante e i dazi americani e l’eccesso di offerta cinese minacciano di devastare gli esportatori locali.
Panorama lugubre che affligge gli stessi distretti in cui vigeva un alta concentrazioni di lavoro manifatturiero in Gran Bretagna, ove REFORM UK, il partito populista di destra guidato da Nigel Farage, che ottenne solo cinque dei 650 seggi del parlamento britannico alle elezioni dello scorso anno, da allora è diventato il partito con i migliori sondaggi, con quasi il 30% di consensi. Se le elezioni si tenessero domani, avrebbe circa il 75% di possibilità di vincere il maggior numero di seggi. In altre parole, nel giro di pochi mesi è passato dalla periferia della politica al suo centro.
La Francia pare un copia-incolla della Germania Il sostegno al RN si è esteso dalle sue antiche roccaforti nel sud e nella cintura di “rugginosa” nord-orientale alle piccole città e alle aree rurali e semi-rurali di tutto il paese. Alle elezioni europee dello scorso anno, il RN ha ottenuto il primo posto nel 93% dei 35.000 comuni francesi. Non si è trattato di un semplice voto di protesta. Al primo turno delle elezioni legislative anticipate dello scorso anno, il partito è arrivato primo in 259 circoscrizioni su 577, comprese quelle in luoghi come la Bretagna che in precedenza avevano mostrato scarso interesse per il partito.
I programmi che accomunano i tre movimenti politici sono di tipo tradizionale-nativista-conservatore con uno sguardo benevole verso il sociale e con ciò accompagnati da una severa critica verso la EU, un feroce giudizio sul capitalismo finanziario di rapina, e infine una difesa a spada tratta della propria identità razziale, culturale e linguistica nazionale. Temi contrastanti e contraddittori frutto da pulsioni passionali, viscerali, talmente pericolose che, se messe in opera, frantumerebbero il sistema del capitalismo finanziario internazionale con conseguente drammatiche (si veda il tentativo del PM inglese Liz Truss che in un solo mese di governo nel ’22 fece precipitare la sterlina e il mercato obbligazionario britannico del 10%).
“…la creazione dell’AfD come partito anti-euro nel 2013, rimane dominante. Il suo programma di quest’anno prometteva ingenti tagli fiscali regressivi. Si oppone alla pesante spesa pubblica per la difesa, finanziata dal debito…[il tutto] coesiste con una corrente “welfarista”, soprattutto nelle sue branche orientali, la quale si scaglia contro la globalizzazione e i finanzieri. L’AfD promette di aumentare il “livello pensionistico” fino a un rovinoso 70%, rispetto all’attuale 48% di stipendio medio, un’altezza che la maggior parte degli economisti considera insostenibile. L’Istituto Economico Tedesco ha stimato che le promesse elettorali dell’AfD aumenterebbero il deficit di quattro punti percentuali.”[2]
Sebbene UK REFORM sia più contenuto sulla elargizione di benefici pubblici, tuttavia “…alcuni cambiamenti di rotta sarebbero sconcertanti. Reform vuole deportare in media 120.000 persone all’anno che, a suo dire, non hanno il diritto di stare in Gran Bretagna…vorrebbe anche deregolamentare le criptovalute e creare una “riserva sovrana di Bitcoin”. Zia Yusuf, responsabile delle politiche e braccio destro di Farage, insiste sul fatto che il partito rimarrebbe un ‘forte sostenitore’ dell’Ucraina, ma altri personaggi parlano con disprezzo dei politici tradizionali che soffrono di ‘affezione ucraina’ “.[3]
Più cauto e pragmatico il Rassemblement National: “Le promesse del partito di frenare l’immigrazione, difendere i confini, combattere il traffico di droga e rafforzare uno stato centralizzato sono tutte in linea con l’umore nazionale. L’opinione pubblica si è spostata a destra. Il suo riflesso di fondo – la Francia prima di tutto – ha una chiara risonanza in stile MAGA. Il partito non invoca Donald Trump…né predica più i valori della famiglia…ma il RN rientra a pieno titolo nel gruppo dei partiti ‘patriottici’ che il presidente americano vorrebbe veder prevalere in Europa. Un tono di fondo anti-straniero continua a permeare la politica. Bardella afferma che il ‘popolo europeo teme di scomparire sotto la pressione delle ondate migratorie’. ‘Questa è casa nostra!’ Rifiuta l’idea di inviare missili a lungo raggio all’Ucraina e di schierare truppe francesi sul territorio come parte di un accordo di pace. Non vuole che l’Ucraina aderisca alla NATO o all’EU.”[4]
Rimproveri e ricatti non servono, bensì esigono soluzioni
I partiti centristi liberali e socialdemocratici in queste tre grandi nazioni presenti nel concerto europeo sperano che da qui alle prossime elezioni, al di là dei firewall immediati di contenimento, si attui al loro interno un processo che la stampa specializzata internazionale ironicamente definisce con il nome di “melonizzazione” così come è avvenuto in Italia. Ovvero, la presa di consapevolezza da parte degli insorgenti che non c’è via di scampo per alcuno, essi compresi, qualora venissero attuati i programmi promessi, pena la temuta disgregazione del sistema finanziario globale con il conseguente crollo dei mercati.
La storia insegna che in particolari momenti di crisi internazionale accompagnati con alti tassi di disoccupazione, prodomi d’insorgenze nazionalistiche, nonché rivendicative, da parte dei ceti popolari, le minacce, le riprensioni nei confronti dei supposti “barbari emergenti” non sortiscono alcun effetto Di ciò si conserva memoria riguardo agli avvenimenti accaduti negli anni ‘30 in Europa. Heirich Bruning, uno degli ultimi cancellieri della morente Repubblica di Weimar implorò l’aiuto finanziario e materiale a Francia. Gran Bretagna e USA per salvare la sua nazione inquieta ormai al collasso, ne ricevette lo scorno[5]. Due anni dopo nel ‘33 un popolo disperato votò per le “esuberanti” camice brune che salirono al potere.
Ora, non esistendo più i severi vincoli del Gold Standard, la EU potrebbe mettere sul mercato debito comune mediante l’emissione obbligazionaria con tassi appetibili. Una sorta di PNRR ripartito sulla base della quota del PIL dei paesi partecipanti, finalizzato a una cooperazione che veda la molteplicità del settore industriale e i centri d’eccellenza infra-statuali impegnati in una corsa verso lo sviluppo tecnologico e alla ricerca di base, al fine di recuperare la distanza che tuttora ci separa dagli USA e dalla Cina (si veda il Report redatto da Mario Draghi)[6]. Certo, serve una somma considerevole di circa un trilione di € pari a 1/16 del PIL globale dell’intera Comunità. Un importo molto inferiore alle svariate iniezioni di liquidità emesse nel corso degli ultimi 20 anni dalle BBCC cinesi e americani (QE).
E’ altresì importante che la EU si obblighi a far sì che venga sotterrata l’ascia di guerra tra Russia e Ucraina. Necessita riprendere i contatti con Mosca, poiché non si può abbandonare l’enorme patrimonio energetico e di materie prime, di cui gli europei sono totalmente privi[7], a piena disposizione della domanda cinese. Senza “materialità” è impossibile “l’immaterialità”[8] e qualora si trovassero alternative i suoi alti costi spingerebbero l’output europeo – come già sta avvenendo – fuori dal mercato globale, con le conseguenze a tutti note.
Oggi, alla EU urge buon senso, razionalità politica, ma soprattutto “realismo”. Essa deve difendere, oltre alla sua precaria integrità, l’interesse politico-economico e la qualità della vita di oltre 550.000 milioni di cittadini. Un eccesso di passionale idealismo, sebbene confettato di nobiltà, alcune volte può nascondere loschi interessi di parte, come la smisurata tensione che si è venuta a creare per il riarmo bellico. La parte più radicale dell’irredentismo ucraino, non meno colpevole del tenace nazionalismo russo, in questa guerra civile che si combatte da oltre un secolo, non può e non deve contribuire a ulteriormente avvelenare il delicato processo d’integrazione europea.
fg
[1] Nelle mani dei fondi, Alessandro Volpi, Altraeconomia, 2024
[2] https://www.economist.com/briefing/2025/12/11/the-alternative-for-germany-is-the-leading-party-in-some-german-polls
[3] https://www.economist.com/briefing/2025/12/11/the-populists-of-reform-uk-already-topping-the-polls-may-climb-higher
[4] https://www.economist.com/briefing/2025/12/11/once-a-pariah-the-national-rally-is-now-frances-most-popular-party
[5] Debt, Crisis, and the Rise of Hitler, Tobias Straumann, Oxford University Press (UK) 2022
[6] https://ilpontedem.it/2025/02/23/mario-draghi-nel-paese-dei-ciechi-beato-chi-ha-un-occhio/
[7] https://ilpontedem.it/2025/03/26/che-cosa-sono-le-cosiddette-terre-rare/







