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Tempo richiama Storia. Storia richiama Roma. Roma richiama le radici dell’Europa. Stupisce per questo che proprio il nostro continente, la culla della civiltà occidentale e una delle culle delle civiltà più avanzate nei secoli, abbia smarrito così fortemente il senso del concetto di tempo.

Tempo significa pensiero storico, profondo e non superficiale.

Tempo significa pensiero che legge i cambiamenti strutturali delle – e tra le – nostre società con lo sguardo paziente del maratoneta e non con l’ansia nevrotica del centometrista.

Tempo significa comprendere quando agire, quando riflettere, quando colpire, quando difendersi, quando ritirarsi, quando accorgersi dei ritardi.

Questa parola sembra ormai dimenticata da molti attori delle società moderne europee. Proprio noi che di questa parola dovremmo essere i più alti depositari.

Forse per colpa anche dei matematici e dei fisici, o meglio dei cattivi interpreti dei matematici e dei fisici, abbiamo pensato che molte discipline scientifiche avessero de facto annichilito il concetto stesso di tempo; dai freddi equilibri dell’economia matematica che formalizzano la dinamicità temporale in arido linguaggio formale, alla scomparsa dello scorrere del tempo con le leggi fondamentali della fisica che più che una variabile tempo sembrano includere variabili che cambiano le une in relazioni alle altre. Forse anche queste profonde analisi nelle scienze dure hanno indotto taluni cattivi interpreti a pensare che il tempo fosse affare che non riguardava più di tanto le nostre culture, che fosse un concetto relativo e vago, un concetto superato. Al punto che anche nell’ambito politologico si arrivò al monito di Fukuyama “La fine della storia”, che altro non voleva dire se non “la fine del tempo”. D’altro canto anche i gatti non appaiono nelle leggi fondamentali della fisica e della matematica. Ma non per questo i gatti non esistono.

Una delle manifestazioni del tempo in economia significa debito. Il debito è mano invisibile capace di prendere dal futuro risorse per investirle nel presente, nel tentativo di stimolare la crescita. Per avere questo sguardo paziente, servono in primis capitali in grado di avere fiato da maratoneta e non nevrosi da centometrista.

Mentre USA e Cina organizzavano con modelli diversi questi meccanismi per sostenere le proprie società nella sfida dello sviluppo iper-tecnologico che stiamo vivendo, noi europei per molti anni, anzi decenni, ci siamo cullati nell’illusione che il capitalismo politico fosse tramontato. La spesa pubblica, l’investimento pubblico, il ruolo dello Stato in economia relegati in qualche cerchio degli inferi danteschi. Sino a qualche anno fa, 10 non più, ogni euro pensato per il sostegno a sanità e sociale, ad esempio, era visto come fardello insopportabile. Oggi è esercizio affascinante osservare in diverse narrazioni dove sia finito tale fardello quando si cerca di pianificare un nuovo assetto industriale (forse) e finanziario intorno al rilancio della difesa.

In verità un cambio di rotta del Titanic europeo si era già visto nella “fase covid” con il piano NextGenerationEU, PNRR, Safe e similari, tentativi embrionali di debito comune in taluni casi, e comunque chiaro ritorno della leva pubblica, ampiamente intesa, nell’economia. Ma sempre accecati da una certa assenza di visione storica, i tentativi di ristabilire la vecchia rotta verso l’iceberg dell’austerity furono forti e pervasivi subito nella fase post-covid. Non che il ricorso al debito sia fonte inesauribile, tutt’altro. Meccanismo a tratti distorsivo e pericoloso, così come una monetizzazione eccessiva di esso, può facilmente indurre chi non abbia le spalle larghe, i tipi alla Lucignolo, a pensare che esso sia una sorta di paese dei balocchi. Ma basta non essere Pinocchio per saper maneggiare la macchina. O quantomeno averne la consapevolezza.

Invece alcuni stregoni europei, dimentichi del concetto di tempo, son stati a lungo in altre faccende affaccendati, mentre l’aquila statunitense e il dragone cinese continuavano invece a pensare alle cose serie. Con grossi problemi interni, sia chiaro, anche per loro, ma problemi reali e non immaginari come quelli talvolta evocati nel nostro continente.

Ecco dunque che quasi d’improvviso tali stregoni si sono trovati alle prese con un alleato atlantico atto a prendere consapevolezza – o forse solo a rendere finalmente esplicito – che da egemone globale voleva solo più essere il primo della classe, ma senza sobbarcarsi il peso eccessivo come il titano Atlante. Via l’impero globale, si salvi la nazione; questo appare chiaramente ormai il nuovo mantra americano. E sia chiaro, seppur con toni e modalità completamente diverse, questo pensiero profondo dei vari apparati statunitensi, non sembra poter cambiare che nello studio ovale sieda il ciuffo arancio-biondo che fa impazzire il mondo o qualsiasi altra figura più liberal o dem. Un alleato che certe ragioni effettivamente le ha nel bacchettarci su alcune nostre inadempienze, ma che sembra aver dimenticato che oltre al peso dell’impero militare, la loro posizione ha garantito per decenni anche l’esorbitante privilegio di un sistema monetario assoggettato al potere americano, con capacità di indebitamento e di attrazione di capitali da tutto il mondo iniquamente sovrabbondante rispetto alle reali capacità del sistema economico industriale statunitense. Come sintetizza molto bene anche un moderatamente conservatore economista Kenneth Rogoff, i costi assicurativi dell’impero non sembrano essere così elevati rispetto al privilegio che si ha nel rivestire il centro monetario e finanziario del mondo, in grado di rendere il dollaro anche un potente alleato dell’apparato militar-burocratico e dei servizi militari statunitensi in generale.

Dalla parte quasi diametralmente opposta della sfera, cresceva intanto il riscatto di Pechino. Il grande impero celeste, relegato per errore nel secolo dell’umiliazione ai margini della storia, sembra ormai consapevole e anche non più così timido nel mostrare al mondo che loro sì il senso della storia, lo sguardo millenario sulle vicende umane, non solo non lo hanno mai perduto, ma in certa misura rappresenta la loro stessa essenza. Pur tra diverse contraddizioni economiche sta emergendo un modello di società in grado di svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo tecnologico, con un’egemonia fondamentale nell’ambito delle terre rare. Debolezze strutturali interne ve ne sono, come anche equilibrismi geopolitici non semplici da mantenere, con alleati rivali nelle vicinanze, rapporti non privi di ambiguità con India e Russia, e sfide con carattere anche simbolico come Taiwan. Ma dalla sua, l’impero celeste può contare su una delle forze principali della storia, forza dimenticata spesso proprio nel nostro occidente: lo straordinario capitale umano di cui dispone, in termini di quantità, ma ancora più fondamentale di qualità. Basta fare un po’ di scouting nelle varie università, aziende e grandi gruppi tecnologici americani per accorgersi del ruolo di primo piano, si direbbe ormai insostituibile, di scienziati, ingegneri, informatici e matematici cinesi.

L’impero del centro, come i cinesi si autodefinivano storicamente ci ricorda Lucio Caracciolo, in un mondo in cui il centro a stelle e strisce va svanendo. Un mondo senza centro, che dovrà imparare a tenersi in equilibrio forse per la prima volta, non su un perno stabile egemonico ma su un equilibrio dinamico tra diverse potenze. E di queste potenze che ne sarà dell’Europa? Potrà essere all’altezza del suo passato e non subire lei questa volta come la Cina nell’Ottocento un secolo di umiliazione?

Certo passi avanti in questi decenni forse ne sono stati fatti, ma bisogna comprendere bene quali siano stati fatti nella giusta direzione e quali invece in direzione sbagliata. E soprattutto quale rotta tracciare per il futuro. Uno sguardo storico e non nevrotico, ad esempio, ci dovrebbe mettere fortemente in guardia dalle prospettive che ci indicano i vari trampini di turno, crasi mistica tra il ciuffo biondo arancio rieletto allo studio ovale e il figuro un tempo intellettuale della sinistra italiana oggi noto per le sue bretelle e la sua chioma riccia gonfia e canuta. Prospettive che sembrano indicarci sostanzialmente come europei di fare i bravi, assoggettarci un po’ al volere statunitense, ma alzando muri commerciali verso il resto del mondo. Insomma far fare a noi europei il ruolo di quelli che tagliando i ponti con tutti, tranne un po’ con gli USA, mentre questi ultimi ridiscutono il loro ruolo non più di impero ma di primo della classe, con tutti gli altri. No, grazie. Non ci caschiamo.

Vi sono altri appunto centri di potenza ormai neanche troppo più emergenti con cui i Paesi europei devono fare i conti, devono trattare e trovare accordi, in modo da non diventare nuovi vassalli di qualcuno. Sia chiaro, non bisogna cadere nel tragicomico errore di taluni che per contrapposizione agli USA si getterebbero anima e corpo tra le braccia di Pechino. Niente di tutto ciò. La strategia da consigliare è però quella della consapevolezza di un mondo multipolare a cui lavorare, e dunque di capacità di creare rapporti con i diversi poli, senza pensare a presunte supremazie culturali dell’Occidente, sfuggendo ai tentativi di altri di renderci vassalli inermi e senza spina dorsale. Con queste lenti cerchiamo di leggere anche i posizionamenti internazionali nei vari conflitti in corso. La stessa guerra in Ucraina sarà qualcosa probabilmente decisa molto più dagli equilibri che decideranno Usa e Cina, piuttosto che dai diretti interessati Russia, Ucraina e in parte Europa. Anche su ciò credo il cerchio magico di Putin si interrogherà sull’errore strategico per la Russia fatto con l’invasione all’Ucraina, reo dell’aver messo Mosca in una forte sudditanza nei confronti di Pechino. Se questo fattore possa tornare utile in qualche misura a noi europei lo si vedrà se sapremo trattare bene, ma importante è avere consapevolezza. Cosa della quale non siamo completamente sicuri, osservando i maldestri movimenti dell’avvocato Merz, purtroppo assurto nel mentre al ruolo di cancelliere tedesco.

Realizzabile tutto ciò? Difficile a dirsi. C’è chi fondamentalmente continua a scommettere oltre i confini europei (e anche internamente) sul fatto che diversi soggetti nei meandri dei quali alberga nascosto ancora un certo senso storico profondo, imperi decaduti o in passato ad un passo dall’esserlo, spesso in profonda rivalità tra loro, non potranno mai creare un vero e proprio soggetto unitario capace di svolgere una funzione simile alle altre potenze globali (USA e Cina) e forse dovrà accontentarsi di essere un coordinamento sperabilmente non troppo litigioso tra potenze medie regionali, ma senza aspirazione globale, ormai demograficamente vecchio e decadente, che si culla di una centralità passata ma ormai fuori dai grandi protagonisti della storia. Una condanna della storia stessa, o potremmo dire del tempo, il quale punisce i suoi discepoli sleali e irrispettosi di aver pensato che potesse esistere un soggetto-senza-tempo o quantomeno una narrazione-senza-tempo.

O forse invece non tutto è così perduto come pensano i più scettici. Forse semplicemente noi “europei” dovremmo provare a leggere gli avvenimenti con meno polarizzazione e meno enfasi e nevrosi da fiato corto. Accorgerci che non serve impostare nessuno scontro di civiltà. Accorgersi che senza morire di un atlantismo ormai esaurito e fuori tempo, si può però ritrattare un ruolo con l’alleato americano molto diverso rispetto al secondo dopo guerra e della fase di illusione unipolare alla Fukuyama. Accorgersi che una cultura millenaria come l’impero celeste di Pechino non può essere relegata a semplice dittatura, pur senza cadere nell’atavico vizio italico di pensare che la Cina rappresenti il nuovo unico egemone trionfante al quale assoggettarsi. Pensando insomma, ribadiamo, in termini multipolari. Con la giusta fierezza e senso storico del ruolo svolto dalla nostre società e dalle conquiste che parte della nostra cultura ci ha permesso di ottenere in termini di diritti sociali e civili, ma con la capacità di sviluppare profondo rispetto e studio anche della altre culture e popoli, e soprattutto la capacità di mettersi dal punto di vista degli altri per comprenderne paure, scopi e possibili punti di equilibrio. Verso i nostri alleati oltre-atlantico, ma anche verso la millenaria cultura cinese. Senza pretendere ormai di svolgere alcun ruolo imperiale, ma imparando dall’esercizio della pax romana, lezione mai appresa dagli americani.

Resta sicuramente oggi il rammarico che avremmo avuto il tempo per fare molte scelte diverse nel passato, anche nei recenti anni, per rendere la macchina europea più pronta agli avvenimenti che stanno accadendo e che si sapeva sarebbero giunti. Resta il rammarico di non aver sfruttato a pieno il tempo che ci è stato concesso. Ma resta tuttavia la speranza, e direi anche la consapevolezza, che in questa regione del globo, culla appunto di una civiltà fiorente, esistono ancora risorse umane, intellettuali, imprenditoriali, finanziarie che se sapranno recuperare uno sguardo storico e scientifico al contempo, che ridia profondità di analisi, potranno costruire e plasmare una macchina in grado di giocare ancora un ruolo importante per il XXI secolo.

Ma dobbiamo abbandonare la fase del non-tempo dell’Europa e tornare ad immergerci nei flussi della storia mondiale. O se volete nei flussi del tempo.

Giorgio Laguzzi

Nato ad Alessandria nel 1984 ha presto lasciato la sua città per conseguire un Dottorato di Ricerca in Logica matematica a Vienna. Ha intrapreso la carriera accademica in Germania per poi tornare in Italia dove è attualmente docente presso l'Università del Piemonte Orientale. Dal 2022 al 2025 ha ricoperto la carica di Assessore del Comune di Alessandria. Dal 2023 membro della Direzione nazionale del PD e dal 2025 riveste il ruolo di segretario provinciale di Alessandria.

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